La pace non basta invocarla, bisogna costruirla. È giusto che i popoli la chiedano e che la Chiesa ricordi che ogni guerra è una sconfitta per l'umanità. Ma la politica non può fermarsi all'invocazione: deve lavorare per sconfessare i pretesti e rimuovere le cause che hanno reso il conflitto inevitabile. Le guerre sono sempre l’atto conclusivo di un processo storico. Bisogna scavare nella storia se non si vuole fare un buco nell’acqua; nel nostro caso, nella storia dei rapporti tra la Russia e l’Europa.
1. L'occasione perduta del 1991
Bisogna partire dal 10 novembre 1982, alla morte di Breznev. Il potere reale in URSS era un equilibrio tra tre pilastri: il Partito (apparato ideologico), l'Esercito (complesso militare-industriale) e il KGB (controllo interno ed estero). Per scegliere il successore si formò una vera troika: il Maresciallo Dmitri Ustinov per l'esercito, Yuri Andropov per il KGB e Andrei Gromyko per il Partito. Furono loro a imporre Andropov, poi Cernenko come transizione, e infine Mikhail Gorbaciov nel 1985. Gromyko lo propose con una frase storica: "Questo uomo ha un sorriso di ferro".
Gorbaciov capì che il sistema stava collassando economicamente. Chi appartiene alla mia generazione socialista ha letto la sua Perestrojka, in cui auspicava una cooperazione strategica tra il Comecon e la Cee. Dice esattamente: “Il COMECON coordinerà le politiche economiche, elaborerà programmi a lungo termine, programmi di ricerca…. E per questo scopo è possibile e utile cooperare con Paesi non socialisti, soprattutto con la CEE”. La gradualità di Gorbaciov aveva come fine la formazione di una borghesia imprenditoriale classica.
Nel luglio 1991, al G7 di Londra, Gorbaciov fece un passo epocale: presentò il "Grand Bargain" (l'Accordo Storico), un piano scritto dall'economista sovietico Yavlinsky insieme agli accademici di Harvard Allison e Yergin. Chiedeva un prestito, non regali, di 100 miliardi di dollari in quattro anni, impegnandosi a trasformare l'URSS in un'economia di mercato con privatizzazioni vere, rublo convertibile e fine dei sussidi all'industria bellica, accettando le regole del Fmi e aprendo le frontiere a gas e petrolio. In cambio, offriva il disimpegno geopolitico all'Est Europa.
Per l'Occidente sarebbe stato l'affare del secolo: annettere economicamente l'intero spazio sovietico senza sparare un colpo. Ma Bush padre e il premier britannico Major risposero di no, convinti che fosse meglio aspettare Eltsin per ottenere riforme ancora più radicali. Fu una miopia storica spaventosa. Gorbaciov tornò a Mosca a mani vuote il 18 luglio; tre settimane dopo, i falchi del KGB e dell'esercito tentarono il golpe al grido di "l'Occidente ci ha umiliati". Il golpe fallì, ma Gorbaciov era politicamente finito. Da quel momento i dollari occidentali arrivarono a Eltsin non per ricostruire, ma per smantellare. Senza quel rifiuto di Londra, forse oggi avremmo una Russia integrata in Europa e non l'oligarchia attuale.
Questa fine mi ricorda drammaticamente il destino di Aleksandr Kerenskij nel 1917, la cui esperienza fu salutata da Gramsci come "la Rivoluzione senza giacobinismo". Kerenskij cercò di tenere in piedi una democrazia liberale senza avere una borghesia liberale alle spalle; a sinistra aveva i bolscevichi, a destra l'esercito di Kornilov. Gorbaciov nel 1991 ha cercato di edificare un socialismo riformato senza avere una borghesia imprenditoriale alle spalle: da un lato aveva Eltsin e i mercatisti totali, dall'altro l'esercito. A entrambi è mancato il "Terzo Stato": una classe produttiva nazionale interessata alle regole e alla stabilità, e non al saccheggio. Per questo dopo Kerenskij arrivò il comunismo sovietico e dopo Gorbaciov sono arrivati gli oligarchi.
L'oligarca russo degli anni '90 non è un borghese classico. Non crea ricchezza, si impossessa di quella esistente – una miniera o un'acciaieria costruita dallo Stato sovietico – ed estrae rendita in Russia per trasferirla a Londra o Cipro. L'opposto di quanto fatto dalla Cina, che dal 1990 ad oggi ha obbligato i suoi miliardari a reinvestire sul territorio, trasferire tecnologia e creare milioni di posti di lavoro. I numeri sono spietati: nel 1991 Russia e Cina partivano quasi alla pari; oggi il Pil russo è di circa 2.000 miliardi di dollari (inferiore a quello italiano), mentre quello cinese sfiora i 18.500 miliardi. L'export russo è ancora al 60% composto da petrolio e gas grezzo; quello cinese al 60% da elettronica e macchinari. La Russia degli oligarchi è rimasta "un distributore di benzina con le armi nucleari". Un declassamento psicologico e strategico enorme, e forse anche insopportabile per Mosca.
2. La vera radice del conflitto: lo scacchiere globale
Qui sta, secondo me, la chiave geopolitica della guerra, pur non trascurando due reali ragioni: quella ideale, ovvero la convinzione (giusta o sbagliata che sia non ha importanza) del popolo russo che storicamente l'Ucraina non è un paese estero come gli altri, ma parte del russkiy mir, il mondo russo che giustificava la paura di perdere definitivamente Kiev assorbita nell'orbita NATO/UE; e quella del fronte interno, intesa come una guerra esterna per cementare il consenso di un potere indebolito dalla precarietà economica.
Putin ha compreso che il mondo si è riorganizzato intorno a un duopolio perfetto (USA-Cina), tagliando fuori Mosca. Non potendo competere sul terreno economico e tecnologico e rischiando di diventare il "fratello minore" di Pechino, ha deciso di sparigliare e riportare la sfida sul terreno dove la Russia è ancora fortissima: quello militare-nucleare e del ricatto energetico. Putin vuole dimostrare che la geopolitica non la decide chi produce più iPhone, ma chi ha la forza di imporre “un fatto compiuto”, costringendo Washington a occuparsi di lui.
Non si tratta di una congettura: sono le stesse dottrine strategiche di Mosca – come la Dottrina Primakov e la Nuova Dottrina di Politica Estera, le quali, preso atto che la Russia non possiede multinazionali tecnologiche, stabiliscono l'uso del potenziale energetico e militare come strumenti primari di proiezione estera – e i discorsi dello stesso Putin, da quello storico di Monaco nel 2007 fino ai recenti moniti lanciati ai vertici internazionali, a esplicitare questo disegno. Putin ha messo nero su bianco che l’ordine globale non può essere guidato solo dai flussi finanziari occidentali, e ha usato la forza materiale in Georgia, in Siria, in Crimea e infine in Ucraina come l’unico strumento in grado di scardinare l'unipolarismo americano e imporre la Russia al tavolo dei grandi.
Il paradosso è che proprio la guerra ha intrappolato Putin nella morsa cinese. A causa dell'embargo occidentale, la Russia è costretta a vendere gas e petrolio alla Cina con sconti del 20-30% e a ricomprare da Pechino microchip e prodotti finiti a sovrapprezzo. Oggi il 40% del commercio estero russo dipende dalla Cina, che è diventata la banca, il mercato e la fabbrica di Mosca. Per la cultura imperiale delle élite russe, erede di Bisanzio, questa subalternità coloniale è a lungo termine insopportabile. Il popolo minuto invece vive oggi questa dipendenza in chiave pragmatica, vedendo nei beni e nelle auto di Pechino il salvagente che ha svuotato l'efficacia delle sanzioni occidentali; mentre, come rilevano alcuni studi accademici russi, le generazioni più giovani e gli universitari ammettono che la svolta a Est è una "scelta forzata" dalle sanzioni, e non una naturale vocazione culturale della Russia, che storicamente ha sempre guardato a Parigi, Berlino e San Pietroburgo per la sua identità. I vertici del potere e i pianificatori strategici a Mosca vivono questo "dilemma cinese" con un disagio enorme: la Russia si è sempre vista come un impero autonomo e una potenza eurasiatica globale, non come il fornitore di materie prime a basso costo per le fabbriche cinesi.
La scommessa di Putin per uscire da questa trappola è stata l'applicazione della dottrina di Kissinger al contrario: se negli anni '70 gli USA staccarono la Cina dall'URSS, Putin ha sperato di staccare la Russia dalla Cina agganciando gli Stati Uniti. Da qui l'attesa di un presidente americano mercantilista, che ragioni per "deal" economici o contratti, non per valori democratici o trattati. L'incontro di Anchorage dell'agosto 2025 – con l'ipotesi di un congelamento del fronte in cambio di concessioni territoriali – andava in questa direzione. Ma l'intesa profonda non può funzionare: l'apparato profondo americano (Pentagono e Congresso) sa che una Russia riconciliata tornerebbe a vendere gas a basso costo a Berlino e all'Europa, ricostruendo un asse geopolitico autonomo. Per Washington, è molto meglio mantenere la Russia isolata e strutturalmente indebolita come junior partner di Pechino.
3. La tenaglia interna e il bivio del dopo-Putin
Oggi a Mosca la guerra calpesta gli interessi di due blocchi interni che iniziano a soffrire. Non si tratta di una divisione ideologica, ma di una frattura strutturale documentata dai centri di analisi internazionali come il Carnegie. Da un lato i siloviki, gli oligarchi in divisa, divisi tra i falchi del KGB puro (Patrushev, Sechin) e i tecnocrati militari, consci che allargare il conflitto o usare armi nucleari tattiche innescherebbe una risposta convenzionale devastante della NATO; dall’altro, i tecnocrati dell’economia civile e i grandi industriali, i cui timori sono periodicamente sintetizzati dai severi allarmi della Governatrice Elvira Nabiullina sul surriscaldamento del sistema economico. Per questa élite civile, costretta a subire il crollo dei profitti industriali non bellici e tassi d'interesse soffocanti, ogni mese di guerra è un costo biologico che erode patrimoni e congela il futuro delle famiglie.
Ed è proprio su questa tenaglia – Putin che ragiona in decenni e in termini di "storia” e la sua élite che ragiona in trimestri e di cassa – che si gioca la vera stabilità interna del Cremlino. Storicamente, in Russia i cambiamenti non arrivano dalle rivolte popolari, ma quando l'oligarchia capisce che il leader è diventato un costo biologico ed economico maggiore del rischio di rimuoverlo. Quando i capitali ricominceranno a guardare a Londra e non più a Dubai, il dopo-Putin sarà già iniziato. In qualunque modo finisca la guerra in atto, il vero interrogativo che rimane è: cosa sarà la Russia dopo?
Per 500 anni, Russia ed Europa sono state una sola storia, anche quando si sono fatte la guerra. L'interruzione di questo legame è la vera tragedia di questo conflitto. Sul piano materiale, le due entità si completano: l'Europa ha bisogno di energia e materie prime; la Russia ha un disperato bisogno di tecnologia, università e di quel modello di Stato di diritto che garantisca alla sua élite che domani non le verrà sottratto tutto. Senza l'Europa, la Russia è destinata a rimanere una colonia cinese; senza la Russia, l'Europa rischia la subalternità coloniale agli USA.
L'idea di un grande terzo polo Euro-Russo – che fu l'intuizione di Willy Brandt e in seguito di Chirac e Schröder – è stata congelata dagli errori di Putin in Georgia (2008) e in Crimea (2014). Ma quel processo deve ripartire perché nessuna delle due parti ha un'alternativa credibile a lungo termine. La pace non si troverà nelle micro-mediazioni contabili sui confini, ma nella capacità di proporre un nuovo, rivoluzionario assetto dell’Europa, privo di egemonie imperiali. Occorre il coraggio di convocare una sorta di nuovo "Congresso di Vienna" per il XXI secolo. Certo, oggi ci manca la lungimiranza geometrica di un Metternich, che nel 1815 comprese che la pace teneva solo reinserendo la Francia nel sistema e non umiliandola. Oggi l'Europa avrebbe bisogno di quella stessa lungimiranza geopolitica nei confronti della Russia.
Ma contrariamente a Metternich, l'Europa odierna deve togliersi l'impronta restauratrice e imprimerne una rivoluzionaria. L'Europa deve uscire dalla sua subalternità atlantica per farsi soggetto autonomo, poiché è l'unica entità in grado di offrire alla Russia una sponda civile e tecnologica per sottrarsi alla colonizzazione di Pechino, riannodando così un filo storico interrotto in modo tragico. Questo processo richiede un’Europa che esca finalmente dalla logica liberista, vera radice della nostra crisi interna, per porsi come modello alternativo ai capitalismi di Washington e Pechino. È questa la visione geopolitica e di giustizia sociale che il socialismo deve rimettere in cammino. Non c'è più tempo.