PER CAMBIARE L’ITALIA E CAMBIARE L’EUROPA

PER CAMBIARE L’ITALIA E CAMBIARE L’EUROPA

Partiamo dal racconto di un tassista che, senza chiedergli nulla si è voluto identificare nei giorni scorsi come un ex socialista, dicendo “noi siamo stati costretti a ritirarci, ma così facendo abbiamo lasciato lo spazio a una banda di criminali. In Italia, in Europa e anche a Milano”.

Basterebbe questa frase per capire i sentimenti diffusi nell’opinione pubblica e per rendere ancora più convincente il nostro progetto: riaffermare la necessità di riavere un partito socialista grande e autorevole, per rispondere ad una domanda sociale e politica che è più forte di quanto non la si possa immaginare. Una domanda che non trova risposta nell’offerta politica attuale, se non nelle organizzazioni di base, nell’associazionismo e paradossalmente nella Chiesa.

Su questo si concentra il nostro impegno. Riunire chi ci sta, intorno a proposte semplici. Forse basterebbe un breve manifesto, una dichiarazione di intenti firmata da importanti personalità della politica e della società italiana.

Ridare all’Italia un partito socialista che non ha paura di usare le parole nazione e patria, che difende insieme la propria bandiera rossa e quella tricolore, come fanno i nostri compagni della sinistra francese, ma con una grande capacità di guardare al mondo, per contare sulle grandi potenzialità delle questioni internazionali.

Un partito socialista per l’Italia e per l’Europa.

Per cambiare l’Italia e cambiare l’Europa. Capace di ricostruire nell’opinione pubblica fiducia e bisogno di un cambiamento possibile. Per un’Italia che oggi rischia una regressione oltre che politica anche culturale, in quasi tutti i campi della vita civile.

Una forza politica con una classe dirigente che nasce dai movimenti, dalle associazioni e da persone attive che ci sono e che si sono formate dal basso, nella vita reale, in grado di affrontare anche grandi questioni fuori dalla logica del teatrino della politica/politicante. Che non interessa a nessuno e che è la prima ragione della disaffezione al voto.

Cambiare l’Italia e cambiare l’Europa. Affrontando tre questioni di fondo.

Non accettare la guerra come una questione ineluttabile e come una variabile indipendente del sistema, rispetto ad una politica per la pace assolutamente possibile sostenuta dagli Stati, dalla diplomazia, sulla spinta delle lotte popolari. Contro la cultura della guerra e della logica permanente del non saper vivere più senza costruirsi un nemico. Vero o falso che sia. Contro una cultura della guerra che ci sta trascinando con costi enormi verso una nuova tragedia umana. Una politica del riarmo, che non può essere mai una politica socialista, indipendentemente da chi la sostiene, destinata a spostare sempre più a destra gli equilibri nazionali e internazionali. Una politica per la guerra che produce armi, oggi anche per chi riuscirà ad avere il dominio dell’intelligenza artificiale.

Ricostruire un movimento politico in grado di ridare fiducia, con realismo, al disarmo, convinti come siamo che anche su questo terreno le cose possano cambiare.

Per questo non ci stancheremo mai di sostenere che è possibile anche oggi ripercorrere la strada virtuosa che portò all’Atto di Helsinki nel 1975, quando in condizioni peggiori, nello scontro bipolare tra Est e Ovest, si trovarono comunque le ragioni di un’intesa per ancorare la pace mondiale al dialogo permanente, al rispetto reciproco, fondato sulla fiducia e sui diritti dei popoli. Per la distensione, la coesistenza pacifica e il superamento dei blocchi.

Un traguardo che fu possibile per il grande impegno allora della socialdemocrazia europea e della politica dell’apertura a est. E oggi, perché no? Nonostante questa Europa, non solo ha perso ogni riferimento alle ragioni sulle quali gli Stati l’hanno costruita, ma è l’esatto contrario, senza pace e senza ricchezza.

Secondo: la questione democratica. Che sembra non appartenere più alla democrazia rappresentativa. Come ci ha spiegato Luciano Gallino quindici anni fa, il ruolo della finanza sull’economia è stato invadente e decisivo nel ridurre al minimo il ruolo della politica.

Se una volta i mercati reagivano alle decisioni politiche, oggi sono le politiche che reagiscono alla logica dei mercati. Una realtà che l’opinione pubblica percepisce sia a livello locale come a livello nazionale: i parlamenti, i governi, le assemblee elettive locali, il voto, la libertà di espressione (finché durerà), la Costituzione, la democrazia formale non sono aboliti, ma la democrazia è svuotata.

In queste condizioni, un sistema economico non più controllato dalla politica e che ha come unico obiettivo un rendimento sempre più alto scarica la propria “ingordigia” sul lavoro, sull’occupazione, sui salari e sulla riduzione delle tutele. E non ne avrà mai abbastanza. Più il potere economico-finanziario diventa forte, più quello politico si indebolisce, dipendendo dal primo. Anche da questo punto di vista l’Europa brilla per contraddizioni. Se da un lato, ancora oggi, la democrazia si esprime nel quadro delle nazioni, l’Europa burocratica non può essere per definizione democratica.

Terzo. Per ritornare a fare della questione del lavoro una grande vertenza, rivedendo i grandi errori commessi da quando si è consentito che entrassero in vigore norme che hanno trasformato un modello basato sulla flessibilità, in una condizione materiale di diffusa precarietà. Oggi fino alla schiavitù. Ed era già tutto chiaro allora, che sarebbe finita così. Proprio per il rapporto di forza sproporzionato tra economia e politica. Il moderatismo e il trasformismo nelle politiche del lavoro hanno rovinato il paese.

 

Tre questioni divenute non solo prioritarie, ma urgenti. Da affrontare senza ambiguità, senza incertezze, con un coraggio proporzionale alla gravità della situazione.

Tre questioni che appartengono alla storia e al patrimonio ideale e concreto del socialismo italiano e internazionale. Che devono essere alla base della definizione del programma politico del nuovo socialismo, largo e attuale. Un programma alternativo alla destra, ma anche alternativo a tutti gli errori compiuti dalla sinistra italiana ed europea in questi ultimi trent’anni. Che saprà tornare ad essere credibile solo il giorno in cui avrà il coraggio di ammettere dove e quando ha sbagliato, lasciando al capitalismo sempre più aggressivo lo spazio per allargare l’area delle diseguaglianze. Sempre crescenti.

Un nuovo soggetto socialista in grado di affrontare con concretezza i problemi delle persone, anzi un socialismo delle persone prima ancora che delle ideologie. Come direbbe la Chiesa, un socialismo a servizio dell’umano. Ma non lasciando solo alla Chiesa il primato della persona.

Recuperando così un ritardo che è stato accumulato intorno al tema della fraternità, avendo messo d’avanti rispetto ai tre principi fondamentali della storica rivoluzione, quello dell’uguaglianza e della libertà, ma non quello del fraterno.

Quindi cambiare nel profondo la politica italiana, perché riprenda più peso ed autorevolezza rispetto all’economia e ai bisogni delle persone. Per uno Stato più forte e autorevole. Ammettendo che è stato un errore, anche da parte di una certa sinistra, assecondare gli interessi dei grandi poteri economici in nome della teoria dello “Stato minimo”. Senza uno Stato forte, in queste condizioni passa la privatizzazione di tutto, compresa la privatizzazione dei servizi e lo smantellamento del welfare state, e passa soprattutto l’aumento delle diseguaglianze.

Quindi cambiare nel profondo il nostro atteggiamento nei confronti di un’Europa che è peggio di ciò che potevamo immaginare. Un’Europa che, per non essere l’unica cosa che è ancora comprensibile e cioè l’unità delle nazioni, è diventata l’Europa dei nazionalismi in soccorso di altri nazionalismi. Con la guerra e con la politica delle destre.

Costruendo le condizioni affinché almeno i socialisti europei si dissocino dalla maggioranza Von der Leyen. Mai come in questo momento una crisi politica dell’Europa sarebbe salutare. E ci sono tutte le condizioni.

 

Condividi