Da Il Sussidiario del 28 Maggio 2026
Il Governo, insieme a Confindustria, si scaglia contro l'Ue, mentre le opposizioni evocano formule magiche per cambiare l'Unione
Come da manuale, la destra impantanata al governo ritrova la propaganda da opposizione: il capro espiatorio pascola a Bruxelles, anche se la Commissione Ue non ha poteri legislativi ed è soltanto proiezione dei Governi nazionali, Governo Meloni incluso.
È in sintonia con i vertici di Confindustria, sempre più orientati dal peso delle aziende di Stato tra i consociati, impegnati a scaricare su un bersaglio facile la rabbia dell’imprenditoria in affanno. Gli obblighi europei sono indubbiamente pesanti, ma davvero siamo ancora all’evocazione degli animal spirits italici da liberare?Il costo dell’energia è insopportabile, ma il Presidente Orsini non ha il coraggio di ripetere le parole di buon senso di De Scalzi, l’a.d. di Eni: “Penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà l’1 gennaio sui 20 miliardi di Gnl che vengono dalla Russia”.
A specchio rispetto a Giorgia Meloni, nell’area progressista, le “colpe” dell'”Europa” sarebbero dovute agli ostacoli “sovranisti” frapposti alle magnifiche sorti e progressive coltivate dai Governi mainstream. Grazie al Presidente Prodi e al suo ex Commissario, nonché ex presidente del Consiglio Mario Monti (Super-Mario invece tende a evitare le favole), va di gran moda invocare il superamento del voto all’unanimità come condizione necessaria e sufficiente per sbloccare la maturazione geo-politica ed economica dell’Unione.
Domanda: quali partiti di una qualche rilevanza in Ue condividono la soluzione? Risposta: nessuno, neanche nella famiglia socialista e democratica. Allora, perché continuiamo a perdere tempo e capitale politico con le formule magiche?
Inoltre, è stata fatta una valutazione della portata costituzionale e democratica dell’invocazione?
Un popolo può essere trascinato alla guerra a prescindere dalla sua volontà e dai principi distintivi della sua Carta? Quale sarebbe la Costituzione di riferimento per attivare le decisioni a maggioranza? I trattati europei nella loro architettura neo-liberale radicalmente contraddittoria con l’ispirazione sociale delle nostre norme cardinali?
L’Italia è una democrazia fondata sul lavoro. L’Ue poggia sulla concorrenza e sulla stabilità dei prezzi. È irrilevante? Dov’è nei Trattati un articolo analogo per portata morale, prima che politica, al nostro articolo 11? I progressisti sarebbero pronti ad adeguarsi a decisioni a maggioranza prese in un consesso di Governi nazionali dove potrebbero legittimamente prevalere a breve, secondo ogni rilevazione, Afd, Rassemblement National, Vox, in aggiunta ai liberisti-nazionalisti assisi nel Ppe e nell’Ecr?
Per venire alle questioni economiche, che cosa c’entra la difficoltà a realizzare politiche industriali a scala sovranazionale con il voto all’unanimità? Nulla. Le difficoltà sono esclusivamente di natura politica, un dato che i liberal-progressisti non vogliono vedere catturati dal “feticismo delle regole” richiamato di recente da Sebastiano Maffettone. Le barriere sono poste dai Governi di ogni colore. Sarebbe sufficiente guardare al nein dell’europeista Governo Merz sbattuto in faccia a UniCredit impegnata nell’acquisizione di Commerzbank.
Il discorso fact-based è scomodo. L’Ue c’entra con le disgrazie di lavoratori e piccole imprese. Ma per ragioni di impianto, a partire dall’Atto Unico del santificato Jacques Delors, poi Maastricht e, infine, l’esiziale allargamento del 2004-2007: l’Ue è basata su un mercato unico esteso a Stati, ossia sistemi istituzionali, economici, lavoristici, fiscali e sociali profondamente disallineati. È un meccanismo feroce in quanto la condizione di scuola (neo-classica) per la concorrenza generatrice di efficienza e benessere, il famoso level playing field, è assente.
La competizione è radicalmente sleale e determina delocalizzazioni, svalutazione del lavoro e restringimento delle basi imponibili. Ma per gli europeisti doc, è irrilevante. Anzi, con le loro punte di diamante, si ostinano ad aggravarne gli effetti di dumping. Nel coro, perorano l’ulteriore allargamento a Ucraina e agli altri 8 Stati in lista d’attesa e l’ingresso di Cavalli di Troia, come il “28-esimo regime”, messo in agenda dal Rapporto del nostro Enrico Letta.
L’alternativa non è il ripiegamento autarchico nelle “piccole patrie”. È evidente la necessità di beni comuni possibili soltanto a scala sovranazionale: dal governo dell’IA, alla difesa, al clima, all’innovazione industriale, alle protezioni commerciali. Le strade da percorrere sono le cooperazioni tra democrazie nazionali con interessi convergenti.