Un mio vecchio e carissimo amico sostiene di essere “socialista ma non di sinistra” (leggi: “non ci può essere una sinistra che non sia anche socialista”; e, vedi Italia, “chi rifiuta di essere socialista finisce col non essere neanche di sinistra”). Seguendo le sue orme, mi sento “europeo ma non europeista”.
Geograficamente e culturalmente, come parte di un continente che da sempre include la Russia ma non gli Stati Uniti. Internazionalmente, come un’entità autonoma nell’ordine mondiale che fonda il suo ruolo non sulla forza militare ma sulla sua capacità di dialogo e di mediazione all’interno di un universo multipolare. Politicamente ed economicamente, come frutto di un progetto, faticosamente costruito nell’arco di decenni e volto a creare uno spazio di libertà e di pace e, almeno in prospettiva, di eguaglianza di diritti e di opportunità. Istituzionalmente, come costruzione di una sovranità collettiva non in contrasto ma a sostegno di quella dei singoli stati.
Intenzioni, mi direte. Ma dove sono i risultati? Risponderei che un’identità si costruisce e si mantiene intorno a un progetto; e che questo progetto è generoso e condivisibile. Gli europeisti sono invece e soprattutto degli imbroglioni. Anche se non fanno il gioco delle tre carte in un vicolo di Napoli e vivono nei quartieri alti dell’Ue, come sacerdoti e custodi della fiamma; e, per dirla tutta, proprio per questo motivo. Perché è proprio dei sacerdoti laici riempirsi di parole fino a non capire più il loro significato.
Così il Manifesto di Ventotene puntava su di un’Europa federale; e quindi sul dissolvimento degli stati nazionali. Mentre i suoi fautori si sono affidati alla buona volontà dei singoli governi per la realizzazione del progetto; nella piena consapevolezza che, in tal modo, non sarebbe mai andato in porto.
Così i fautori dell’Europa politica hanno bocciato senza appello l’unico percorso suscettibile di arrivarci, leggi l’Europa confederale proposta da De Gaulle. Per puntare poi, per pregiudiziali ideologiche atlantiche malamente nascoste, sull’ingresso della Gran Bretagna. Prima fautrice dell’Europa dei mercati, poi protagonista ostile della Brexit.
Così, gli artefici di Maastricht hanno sacrificato l’Europa delle politiche comuni a quella delle regole comuni; affidandone il futuro corso a funzionari senza alcun mandato e/o controllo popolare anziché a politici responsabili, Con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Oggi, siamo poi arrivati alla frutta. In un contesto in cui l’imbroglio ha perso il poco fascino che gli era rimasto per rivelarsi in tutta la sua pochezza intellettuale e morale.
Si esalta la compattezza dell’Unione di fronte all’aggressione russa; mentre l’Europa non è mai stata così divisa. Ci si dichiara “europeisti”; per aggiungere frettolosamente “atlantici”. Ben sapendo che le due prospettive son tra loro incompatibili. Si presenta la guerra, anzi la cultura della guerra come cemento dell’Unione; dimenticando che questa è nata e cresciuta su di una prospettiva assolutamente opposta.
Per finire, abbiamo l’invocazione di “più Europa”: uno slogan che, oggi come oggi, significa tutto e il contrario di tutto. Cioè nulla.
Per chi non l’avesse capito, questa non è una discussione accademica. E gli imbroglioni non rappresentano una posizione culturale ma una casta di sacerdoti al servizio dell’ordine costituito. Dirgli di no, combatterli, sconfiggerli sarà dunque necessario. Per il futuro dell’Europa; e anche per il nostro.
Europeo ma non europeista