Helsinki 2. Ma l'Italia non si muove, la destra come la sinistra

Helsinki 2. Ma l'Italia non si muove, la destra come la sinistra

Mesi fa abbiamo inviato un messaggio a Elly Schlein, consigliando che in politica estera fosse lei e il suo partito a farsi promotori di un’iniziativa unitaria con l’obiettivo di avviare un percorso di pace in Europa, un percorso credibile e concreto. Proponemmo che fosse la sinistra italiana a farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace e la distensione, da tenersi in uno dei paesi neutrali (Svizzera, Austria, Città del Vaticano) sul modello della Conferenza di Helsinki del 1975. Conferenza alla quale dovrebbero secondo noi partecipare anche USA, Cina ed India. Ma non solo.

Un’iniziativa italiana che poteva venire dal centrosinistra e che avrebbe potuto trovare anche l’assenso del Governo e del centrodestra, se gestita con la dovuta serietà.

Ma per ora niente. La solita situazione che mette l’Italia ai margini delle grandi questioni del mondo, come la Pace e la guerra. La solita questione che mette l’Italia nella condizione di essere il paese meno autorevole in un Europa assolutamente assente. La solita questione che mette la classe politica italiana fuori dalla realtà senza capacità di iniziativa internazionale.

Stefano Fassina nei giorni scorsi con un articolo che riportiamo di seguito cerca anche lui come noi di dare la sveglia. Ricordando come qualche giorno fa, "il Presidente della Germania, Frank-Walter Steinmeier, e il Presidente della Finlandia, Alexander Stubb, hanno finalmente incominciato a parlare di politica, nell’oscurità dell’orizzonte di guerra permanente. Hanno innalzato l’iniziativa politica all’altezza della fase storica. Hanno proposto una seconda conferenza di Helsinki.

Nella lettera al Financial Times del 20 luglio, hanno ricordato che nella capitale finlandese, nel 1975, si giunse ad un accordo tra nemici, Stati Uniti e Urss, Nato e Patto di Varsavia, sottoscritto anche dai principali Stati “non allineati”. Nel pieno della guerra fredda, vennero congiuntamente definite le basi per l’unica declinazione affidabile della sicurezza di ciascuno: la sicurezza di tutti, la sicurezza condivisa".

I due presidenti scrivono: “La lezione che traiamo [dall’Accordo di Helsinki] è semplice: non c’è necessità di fiducia reciproca per iniziare il processo. È il processo stesso che costruisce fiducia reciproca”. Poi, spiegano: “Le fondamenta di rilevanti interessi comuni esistono e su di esse si deve edificare. Lo spirito di Helsinki fu che tutti i principali attori portarono al tavolo le loro priorità, negoziarono per un terreno di incontro e testarono le possibilità di alimentare fiducia, sostituendo gradualmente elementi di scontro con elementi di cooperazione. Il processo può essere sensato soltanto se tutti gli attori rilevanti sono al tavolo”.

Poi concludono: “L’Atto Finale di Helsinki si apre con un’affermazione netta: gli Stati sono ‘motivati dalla volontà politica, nell’interesse dei popoli, a migliorare e intensificare le loro relazioni e a contribuire … alla pace, alla sicurezza, alla giustizia e alla cooperazione’. … Se la volontà politica esiste, può essere trasformata in un percorso effettivo”.

E fa notare giustamente Fassina, “Perché, cari Presidenti, lo spirito di Helsinki non può anche ispirare un’offensiva diplomatica europea verso la Russia, oltre che verso Israele e gli Stati del Golfo? Nel 1975, il Cremlino non era meno “minaccia esistenziale” di oggi. Forse la ragione è che, oggi, la Russia è più debole? Forse la guerra come condizione ordinaria della politica è utile a puntellare classi dirigenti sempre più delegittimate e a promuovere la riconversione di settori di industria e finanza in grande difficoltà?

Infine, una domanda anche ai leader dell’area progressista: perché “Helsinki 2” non diventa l’asse condiviso del programma?”

 

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