L'Odissea, di Christopher Nolan, non è in quanto film ad avere spaventato una parte della nuova destra internazionale. È l'idea culturale che trasmette. Le polemiche esplose attorno alla nuova “Odissea” di Christopher Nolan non nascono da un improvviso amore per Omero né da un rigoroso rispetto della filologia classica. Sono il tragico riproporsi di una guerra culturale che attraversa ormai gran parte delle democrazie occidentali, dagli Stati Uniti all'Europa, e che vede nella cultura uno dei principali terreni di scontro politico.
La presenza di attori e attrici neri, di interpreti transgender o comunque appartenenti a minoranze è stata trasformata da alcuni commentatori della destra in una prova della presunta "decadenza dell'Occidente".
Sui social network, e nelle piattaforme vicine al trumpismo e al nazionalismo identitario, si sono moltiplicate accuse di "revisionismo", di "sacrilegio", di "propaganda woke", come se la semplice scelta di un cast inclusivo costituisse un attentato contro la civiltà, realizzata nella cultura della destra. In realtà, il bersaglio non è Nolan. Il bersaglio è l'idea stessa che il patrimonio culturale dell'umanità appartenga a tutti.
Dietro questa polemica si intravede una concezione della storia che la cultura democratica e illuminista combatte da oltre due secoli: la convinzione che soltanto alcuni uomini – bianchi, occidentali, cristiani, eterosessuali – siano i veri protagonisti della civiltà, mentre gli altri popoli, le donne, gli immigrati e le minoranze possano occupare soltanto ruoli marginali o subordinati. È questa narrazione che oggi alimenta una parte significativa della destra radicale internazionale.
Negli ultimi anni si è affermato un nuovo linguaggio politico, alla ricerca di una miticità, che attraversa realtà molto diverse tra loro. Negli Stati Uniti il trumpismo, in Europa vari movimenti nazional-conservatori, in America Latina il libertarismo radicale di Javier Milei, così come altre leadership contemporanee, favellano sull'idea di un'Occidente assediato, minacciato da nemici interni ed esterni. Pur nelle profonde differenze tra questi leader e i diversi ruoli politici, emerge un filo conduttore: il richiamo a un passato idealizzato, presentato come un'età dell'ordine, dell'autorità e dell'omogeneità culturale.
In questa narrazione, il pluralismo viene descritto come una debolezza, il multiculturalismo come una minaccia, mentre la complessità delle società contemporanee viene ridotta a una lotta tra "noi" e "loro". L'Occidente non è più una civiltà aperta, frutto di contaminazioni, commerci, migrazioni e continue trasformazioni. Diventa un'identità rigida, quasi biologica, che deve essere difesa da ogni presunta infestazione.
È una rappresentazione sradicata dalla cultura, storicamente povera e politicamente pericolosa. L'Europa è nata proprio dall'incontro tra culture differenti: quella greca, romana, ebraica, cristiana, araba, bizantina e illuminista. Persino la filosofia greca, tanto celebrata dai nazionalisti identitari, è impensabile senza gli scambi con l'Egitto e con il Vicino Oriente. La matematica, l'astronomia, la medicina e la filosofia sono il risultato di secoli di contaminazioni culturali, non il prodotto di una civiltà chiusa in se stessa. Per questo sorprende che proprio Omero venga trasformato nel simbolo di un'identità esclusiva.
Ulisse è l'eroe della contaminazione, non è l'uomo della purezza. È l'uomo dell'incontro. Durante il suo viaggio attraversa popoli, lingue, religioni, usanze differenti. Sopravvive non grazie alla forza fisica, ma grazie alla curiosità, all'intelligenza, alla capacità di adattarsi e di comprendere mondi diversi dal proprio. È probabilmente il personaggio meno nazionalista dell'intera letteratura antica. La sua identità si costruisce viaggiando. Ogni tappa modifica il suo modo di vedere il mondo. Per questo motivo appare quasi paradossale che proprio l'*Odissea* venga utilizzata come bandiera di una cultura politica fondata sull'esclusione.
Christopher Nolan, come ogni regista prima di lui, interpreta un classico secondo la sensibilità del proprio tempo. Shakespeare ha riscritto i miti antichi. Joyce ha trasformato l'*Odissea* in un romanzo ambientato nella Dublino del Novecento. Decine di autori hanno reinventato Achille, Medea, Antigone e Ulisse senza che nessuno gridasse alla distruzione della civiltà occidentale. Perché oggi dovrebbe essere diverso? La risposta è semplice. Perché oggi il cinema è diventato uno dei campi di battaglia della guerra culturale.
Le reazioni contro il film hanno assunto rapidamente un carattere che va ben oltre la critica cinematografica. Lupita Nyong'o è stata bersaglio di commenti razzisti semplicemente per essere stata scelta in un ruolo centrale. Travis Scott è stato deriso perché un rapper afroamericano, secondo alcuni commentatori, non potrebbe rappresentare una tradizione poetica greca. Gli interpreti transgender sono diventati il simbolo di una presunta "colonizzazione ideologica" di Hollywood. Non si tratta di osservazioni artistiche. Sono giudizi fondati sull'identità delle persone.
Il messaggio implicito è evidente: alcune categorie di esseri umani sarebbero naturalmente incompatibili con la rappresentazione della cultura classica. È difficile immaginare una concezione più lontana dallo spirito dell'umanesimo europeo. L'arte non ha mai rispettato i confini etnici immaginati dai nazionalismi. La tragedia greca è stata reinterpretata in Africa, in Asia, nelle Americhe. Shakespeare è stato rappresentato in ogni continente e in ogni lingua. Nessuno sostiene seriamente che solo un principe danese possa interpretare Amleto o che soltanto un cittadino romano possa rappresentare Giulio Cesare. Perché allora Omero dovrebbe appartenere esclusivamente a una determinata identità etnica? La risposta sta nella funzione politica attribuita ai classici. Non vengono più letti come patrimonio universale, ma come strumenti di legittimazione ideologica.
La nuova destra internazionale costruisce gran parte del proprio consenso sulla nostalgia. Non una nostalgia storica, ma una nostalgia immaginaria, psicotica. Si rimpiange un passato che non è mai realmente esistito: un mondo ordinato, omogeneo, governato da uomini forti, nel quale le differenze sociali e culturali erano considerate naturali e indiscutibili. È una nostalgia che semplifica la storia. Cancella il colonialismo, dimentica le discriminazioni, minimizza le lotte delle donne, ignora il contributo delle minoranze e presenta la civiltà occidentale come il risultato esclusivo dell'opera di pochi grandi uomini.
La ricerca storica contemporanea ha mostrato con chiarezza come il progresso umano sia sempre stato il risultato di processi collettivi, di scambi tra popoli, di contaminazioni culturali e di trasformazioni sociali. L'idea che la storia sia stata costruita esclusivamente da una ristretta élite maschile appartiene più alla propaganda della destra che alla storiografia. Eppure questa narrazione continua a esercitare un forte fascino politico. Perché offre identità semplici in un mondo complesso. L’oppio dei popoli.
Allora, ecco il ricorso al linguaggio dell'esclusione e diviene un elemento che colpisce nelle reazioni contro Nolan, appunto il linguaggio. Termini come "tradimento", "profanazione", "sostituzione", "umiliazione", "degenerazione", "decadenza", "invasione culturale" ricorrono con sorprendente frequenza. Non sono parole casuali. Sono vocaboli che costruiscono un immaginario.
Ogni società autoritaria ha bisogno di convincere i propri sostenitori che esista una minaccia permanente. Se questa minaccia non è economica o militare, diventa culturale. Così un film si trasforma in un complotto. Un attore nero diventa un simbolo politico. Una donna protagonista viene interpretata come una sfida all'ordine naturale. Un interprete transgender viene presentato come il segno della dissoluzione della civiltà. Il meccanismo è sempre lo stesso: trasformare la pluralità in paura.
L'Illuminismo aveva cercato di liberare la cultura da queste ossessioni identitarie, affermando che la ragione, la conoscenza e i diritti appartengono universalmente agli esseri umani. La nuova guerra culturale tenta invece di riportare la cultura entro i confini della tribù.
Omero appartiene all'umanità Esiste un paradosso che merita di essere sottolineato. Coloro che sostengono di difendere la civiltà occidentale finiscono spesso per impoverirla. Ridurre Omero a un simbolo etnico significa negare proprio quella universalità che ha reso immortali i classici. I grandi testi sopravvivono perché ogni generazione li interpreta nuovamente. Ogni epoca ritrova in Ulisse qualcosa di diverso. L'Ulisse di Dante non è quello di Omero. Quello di Joyce non è quello di Dante. Quello di Nolan non sarà quello di Joyce. Ed è esattamente questa continua reinterpretazione a mantenere vivi i classici. Una civiltà sicura di sé non teme nuove letture. Le incoraggia. Solo una cultura insicura ha bisogno di sorvegliare chi possa leggere, rappresentare o reinterpretare il proprio passato.
Difendere il pluralismo significa difendere la civiltà Le polemiche contro l'*Odissea* di Nolan ci ricordano che la battaglia culturale non riguarda soltanto il cinema. Riguarda il modo in cui immaginiamo la società. Da una parte vi è una concezione aperta della cultura: dinamica, critica, universale, capace di riconoscere nella diversità una ricchezza. È l'eredità migliore dell'Illuminismo, dell'umanesimo europeo e delle democrazie costituzionali. Dall'altra prende forma una cultura dell'esclusione, che interpreta ogni differenza come una minaccia e ogni apertura come un cedimento. Una cultura che, pur presentandosi come difesa della tradizione, finisce spesso per costruire tradizioni immaginarie, funzionali alla mobilitazione politica del presente.
L'arte, però, ha sempre resistito a queste semplificazioni. Nessun potere è mai riuscito a trasformare definitivamente Omero in un manifesto ideologico. Ulisse continua a navigare, attraversando confini, lingue, culture e secoli. Forse è proprio questo che inquieta i nuovi sacerdoti del disordine mondiale: il fatto che i grandi classici, quando vengono davvero letti, insegnino il contrario di ciò che essi vorrebbero imporre. Perché la vera forza della civiltà non nasce dalla paura della differenza, ma dalla capacità di dialogare con essa.
Ed è proprio questa apertura, più che qualsiasi identità immobile, ad aver reso l'Occidente uno dei laboratori più fecondi della modernità. Tuttavia, oggi, queste conquiste di valore sono oggetto di un attacco pericolosamente sottovalutato. Eppure, Omero, nel suo Ulisse ci insegna che il mondo è vario. Ulisse incontra mostri, maghe e popoli strani senza mai ergersi a difensore di una presunta civiltà superiore. Nel mio testo, l'Occidente non è un blocco etnico da difendere con i forconi, ma un porto di mare aperto agli scambi tra culture che sanno che dal reciproco rispetto nasce la migliore società.