di Pierluigi Ciocca
Economia, Stato e Società civile: persino gli economisti sono, non da molto, arrivati a collegare questi piani. Lo schema a cui mi riferirò è che l’economia – in particolare la sua crescita – dipende solo in via diretta da variabili economiche. Le chiamo REI: Risorse, Efficienza, Innovazione. Ma REI interagisce con Cultura, Istituzioni, Politica, che chiamo CIP. Tra REI e Cip corrono relazioni che variano da paese a paese.
Durante lunghi periodi di pace l’economia italiana mai, sin dal tempo del Cavour economista, è andata così male. È ferma da oltre vent’anni. Il Pil è aumentato appena di qualche decimo di punto all’anno. Alla recessione legata al crollo della lira del settembre 1992 ne sono seguite altre, ancora più gravi, nel 2009, nel 2012, nel 2019. Pro-capite il reddito degli italiani è quello di venti anni fa. Allora era al disopra della media europea, oggi è del 15% al disotto di quella media e del 30% rispetto alla Germania.
Nei conti con l’estero siamo in pareggio, sia nel saldo di parte corrente sia nel saldo dei debiti e dei crediti. Il made in Italy ha perso competitività di prezzo, ma la debolezza della domanda interna contiene le importazioni e sollecita le esportazioni.
La disoccupazione è al disopra del 7%, il doppio nel Mezzogiorno. L’economia del Sud è tornata a peggiorare con quella del resto del Paese, e anche di più.
Il debito pubblico è al 140% del Pil, sui picchi europei. Il debito privato è basso nel confronto internazionale – 110% del Pil – ma solo perché le imprese hanno investito poco e le famiglie hanno consumato poco.
L’inflazione, esplosa negli USA e quindi nel mondo all’inizio del 2021, oltre un anno prima dell’attacco russo all’Ucraina, è tuttora al disopra del 5% l’anno. La Fed e la BCE l’hanno contrastata con colpevole ritardo, scarsa efficacia, effetti recessivi che si potevano evitare. L’inflazione erode da tre anni salari, pensioni, risparmi. Innalza il costo del danaro. Fomenta la speculazione.
L’economia è ferma perché da oltre vent’anni sono spenti i tre motori della crescita: l’accumulazione del capitale, la domanda effettiva, la produttività. È stato dissipato il beneficio dell’euro: venti anni di tassi d’interesse bassi, prezzi stabili, integrazione commerciale e finanziaria con l’Europa.
E l’economia langue per demerito delle Imprese, dello Stato, ma anche della Società civile: una chiamata di correo.
Le imprese hanno ridotto gli investimenti. Dal 2013 al 2017 hanno addirittura disinvestito, al netto degli ammortamenti. Nel 2021-2023 la componente in impianti e macchinari, che soprattutto conta per la crescita, ha compensato il crollo da covid-19, ma non ha poi espresso un trend particolarmente brillante. Soprattutto, le imprese, in media, da vent’anni non innovano. La ragione è che hanno fatto comunque profitti, profitti “facili”. Investire e ricercare progresso tecnico e produttività è costoso e rischioso. Con poche eccezioni non è apparso alle imprese italiane necessario perché guadagnavano per altre vie: il cambio deprezzato dopo la crisi valutaria del 1992, che favoriva le esportazioni; il salario congelato dopo l’accordo Ciampi-Trentin del 1993, che limitava i costi; l’oscena evasione delle imposte; i contributi a profusione ricevuti dallo Stato; i sovraprezzi lucrati nei contratti con le pubbliche amministrazioni.
I governi, ancorché affidati in più occasioni a “tecnici”, non hanno fatto le “7 cose” che a mio parere l’economia richiedeva: risanamento dei conti pubblici, a cominciare dalla fine dell’evasione; investimenti in infrastrutture produttive; concentramento di tali investimenti al Sud; più moderno diritto dell’economia; concorrenza imposta ai mercati; progressività redistributiva; azione diplomatica per una politica economica europea meno “tedesca”.
Le misure da prendere restano quelle “7 cose”. Non lo si sta facendo, non abbastanza. Cito solo due questioni: gli investimenti pubblici e la povertà.
I buoni investimenti pubblici potenziano il Pil e la produttività. Quindi, come diceva Keynes, si autofinanziano. Nell’ultimo decennio gli investimenti netti delle PA sono stati negativi, per circa mezzo punto di Pil all’anno, erodendo lo stock delle infrastrutture che non venivano manutenute. Il Piano di ripresa e resilienza era in questo aspetto, più che in quello delle stesse riforme, assolutamente fondamentale. Ma doveva essere guidato dal centro e doveva concentrarsi su quattro grandi scelte: sanità, messa in sicurezza del territorio, ambiente, istruzione e ricerca. Invece è stato delegato a mille enti in mille rivoli. Grandi investimenti e riforme latitano. Fra ritardi e revisioni non si capisce a che punto siamo.
Al di là degli stessi profili etici, la sperequazione distributiva è antieconomica perché fa mancare ai meno abbienti le risorse per contribuire con accresciuta professionalità al progresso del Paese. Ma una vera vergogna italiana è la povertà assoluta. Quasi sei milioni di persone sopravvivono a stento con poche centinaia di euri al mese. Vi si aggiungono 150mila immigrati nell’anno da sfamare, una volta reclusi in campi di concentramento col filo spinato. Oltre due milioni dei poveri sono o troppo giovani o troppo anziani per lavorare. I 3,5 milioni in età intermedia spesso non sono nella condizione professionale, fisica, psicologica per trovare occupazione in un mercato del lavoro già gravato da due milioni di disoccupati. Il reddito complessivo annuo delle persone in povertà assoluta è stimato in 24 miliardi, ben al disotto della soglia convenzionale della povertà, che è prossima ai 30 miliardi. Nella ipotesi estrema in cui nessuno trovi lavoro, affinché la soglia sia varcata con certezza (diciamo del 10%) il reddito dei poveri dovrebbe salire da 24 a 33 miliardi. Nove miliardi di sussidi statali sono pari allo 0,5% del Pil. L’evasione fiscale, di imprese e autonomi, è sui 100 miliardi. I contributi alle imprese, non sempre giustificati, superano 50 miliardi. Su forniture, appalti e concessioni le imprese lucrano rendite. Nell’insieme i…regali annui dello Stato ai profitti non sono lontani dal 10% del Pil. Eccedono ampiamente il sostegno che occorrerebbe per i poveri.
Imprese e governi sono inadeguati, ma anche CIP - Cultura, Istituzioni, Politica - riflette una società italiana demotivata, delusa. È scemata la fiducia in chi governa. Lo conferma l’avvicendarsi delle maggioranze. I cittadini che votano hanno sperimentato tutti i governi possibili, sino all’attuale, con la destra estrema tornata al potere ottanta anni dopo il fascismo. Ma vi è anche sfiducia nel bene più prezioso: la democrazia nella Repubblica fondata sul lavoro. Lo confermano il crollo dei votanti verso metà degli aventi diritto e il disinteresse per la cosa pubblica di una parte crescente dei cittadini, che nemmeno s’informa, concentrata sul proprio immediato particolare.
V’è chi sostiene che il problema primo è quello demografico: il calo delle nascite, l’invecchiamento della popolazione. Non sono d’accordo. Gli immigrati compensano, almeno in parte, le carenze nella forza-lavoro. Altrettanto potrà fare la partecipazione delle donne. Uomini e donne torneranno a capire che la migliore assicurazione per la vecchiaia sono i figli, oltre ai badanti e alle case di riposo. Gli anziani – persino i 4,5 milioni di ultraottantenni - sono mediamente in buona salute. Possono andare in pensione più tardi. Inoltre esprimono una composizione dei bisogni e dei consumi diversa da quella del resto dei cittadini. E la varianza della domanda globale – lo ha spiegato Schumpeter – è il primo motivo di investimento e di innovazione per le imprese, quindi fattore di sviluppo.
Semmai il problema sono non i vecchi, ma i giovani. Troppi fra loro non hanno ideali. Non studiano, non leggono, non lavorano, non intraprendono, ignorano le sorti della nazione. Troppi sono dediti all’alcool, alle droghe, alle violenze filmate col telefonino. Anni fa un premio Nobel per l’economia, Edmund Phelps, concluse il suo soggiorno al Servizio Studi della Banca d’Italia dicendomi che i giovani italiani si considerano già tanto ricchi da non impegnarsi nelle attività produttive. Ciò a differenza dei loro nonni, che dovettero vivere un dopoguerra di ristrettezze da cui fuoruscirono col lavoro. Il dato comunque è chiaro. Il patrimonio privato degli italiani si aggira sui 10mila miliardi di euri. E’ pari a otto/nove volte il reddito disponibile e a una decina di volte il consumo di un anno. Eccede di gran lunga il debito pubblico che i giovani pure erediteranno, prossimo ai tremila miliardi. Su base netta il lascito è ampiamente positivo. Speriamo che i beneficiari sappiano farne buon uso.
Infine, le traversie economiche dell’Italia si inscrivono in un contesto internazionale anch’esso difficile. Il capitalismo negli ultimi due secoli ha moltiplicato per 15 il reddito medio dell’umanità. Ma da alcuni anni la crescita rallenta, specie in Occidente. Soprattutto divengono più minacciose le tre fondamentali negatività del capitalismo: l’iniquità distributiva, l’instabilità economica e finanziaria, il drammatico riscaldamento dell’ambiente. La leadership americana scricchiola, per problemi interni al paese. Gli Stati Uniti hanno di fronte una Cina incompresa e quindi temuta, che li ha superati nella produzione, nelle esportazioni, negli investimenti. L’aggressione all’Ucraina ma anche la reazione NATO con sanzioni, autarchia e protezionismi hanno frantumato le relazioni economiche internazionali. Ricostruirle non sarà facile. Tensioni e conflitti prevalgono sulla cooperazione internazionale. Questa è invece l’unica via per salvare il capitalismo da se stesso, per affrontare questioni che la globalizzazione rende intrattabili dai singoli paesi, dove è a rischio la stessa democrazia.
In conclusione, classe dirigente, produttori, anziani, donne e giovani sono chiamati in Italia a un compito impegnativo. Non so dire se le loro motivazioni, pratiche ma anche ideali, quella religiosa inclusa, saranno all’altezza.
La risposta, cantava Bob Dylan, “is blowing in the wind” …