Compagno

Una volta la parola "compagno" era una parola chiave della nostra identità; ma anche della nostra comunità. Oggi questa parola è in via di estinzione definitiva (non possiamo escludere, infatti, che venga usata in qualche area periferica o intorno a qualche miniera ancora in funzione o, in un momento di distrazione, in qualche riunione ufficiale) senza che nessuno se ne sia accorto; unica eccezione l’amico e compagno Osouf che continua a dire “non sono di sinistra, sono socialista”. 

La classica vicenda per un romanzo giallo (“La strana morte del…”). Con i relativi dove, quando e perché. Una trama su cui ognuno di noi è in grado di sbizzarrirsi con qualche possibilità di successo; o, in omaggio ai tempi che viviamo, un concorso a premi, di cui verrà, successivamente, sorteggiato il vincitore. E in cui - come accade nelle primarie aperte - sono autorizzati a partecipare anche gli “osservatori esterni”.

Per i tanti- o i pochi - per i quali la parola “compagno” è una premessa e non un corollario, un bene prezioso e non un codice per la conversazione, una guida per l’agire e non un segno di identificazione, la domanda vera non ha a che fare con le ragioni di un’estinzione ma con la scarsissima attenzione che ha suscitato. Collettivamente ma anche individualmente.

Per capirci qualcosa dobbiamo ritornare al trittico della rivoluzione francese. Oggi, più attuale che mai. “Libertà, eguaglianza, fraternità” (qualsiasi scuola di partito dovrebbe cominciare dal significato di e dal legame tra queste tre parole). E dal fatto che la terza è stata considerata quasi sempre una conseguenza, una coloritura di quelle che la precedono; al punto, da essere prontamente abbandonata nel discorso politico senza che ciò comportasse delle conseguenze. E abbandonata fu, almeno nella prima metà dell’ottocento, per l’innaturale convergenza tra i cultori della violenza rivoluzionaria e nazionalisti (“sii mio fratello o ti uccido”) accompagnata da due grandi illusioni. Quella della possibile alleanza tra borghesia e proletariato convergenza naturale tra borghesia e proletariato, democrazia e nazionalismo.

Il crollo violento di queste due illusioni nel 1848/49 (una vera e propria catastrofe ideologica), lasciò, allora, un vuoto. A riempirlo, si sperava definitivamente, fu allora, la nascita dell’Internazionale socialista. Di quella, la seconda nata, a concludere defatiganti dispute ideologiche, nel 1889: ma ancor più, di quella, sognata da un’infinità di persone nei decenni precedenti; e meravigliosamente espressa nell’ inno che precedeva le nostre grandi riunioni.

A metà del testo si dice “non c’è un salvatore supremo: né Dio, né Cesare, né Tribuno”: vuol dire che il riscatto del mondo del lavoro sarà opera dei suoi protagonisti. E il testo stesso finisce, in una vera e propria apoteosi, con l’annuncio “e l’Internazionale sarà il genere umano”.

Pochi ricordano il nome degli autori del testo e della musica. E, forse, è giusto che sia così. Perché questo testo appartiene a tutti; a partire dalle emozioni profonde che risveglia in noi, come se lo ascoltassimo per la prima volta. Quelle di una gioiosa e irresistibile fraternità.

Oggi, la fraternità è morta e sepolta. In tutti i sensi e in ogni luogo. Al punto di definirci, particolarmente ma non solo in occidente, in antitesi spesso feroce con l’Altro da noi. Fino ad essere del tutto indifferenti alle sue sorti. Contestualmente, ma non casualmente, “libertà” e “uguaglianza” ci appaiono parole sempre più vuote; in un mondo sempre meno libero e sempre meno uguale.

 

 

 

 

 

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