il 14 agosto ricorre il 134esimo anniversario della fondazione del Partito del Lavoro che, un anno dopo, diventerà “Partito Socialista”.
Cosa vuol dire essere Socialisti oggi?
Io non ho dubbi: è la stessa cosa dell'agosto 1892. E questa mia convinzione non è passatismo, è realismo storico. La contrapposizione tra capitale e lavoro è immutata; la loro natura non è cambiata, anche se la forma si è evoluta per il costante progresso scientifico e le conseguenti trasformazioni sociali.
Ma lo sfruttamento delle classi subalterne è rimasto.
Non è mutata l’esigenza della strategia riformista, ma è necessario fare chiarezza filologica e politica per sottrarre la parola "RIFORMISMO" all’opportunismo e al trasformismo contemporaneo.
Il Partito Socialista fondato da Filippo Turati nel 1892 affondava le sue radici teoriche nel marxismo e nella dialettica tra capitale e lavoro. Quando il PSI si collocò su posizioni riformiste, non lo fece per arrendersi alle compatibilità del mercato o per limitarsi a strappare qualche piccola concessione. Il riformismo delle origini fu la scelta che escludeva la rivoluzione violenta per la conquista del potere, prediligendo un cammino progressivo, democratico e istituzionale; ma lo scopo finale restava radicale.
Il riformismo era inteso come il processo rivoluzionario proteso verso il Socialismo. Utilizzare oggi i nomi di Turati o di Riccardo Lombardi — l'uomo delle riforme di struttura destinate a intaccare il potere del grande capitale — per coprire manifesti politici neoliberisti e tecnocratici (come quelli di sedicenti "federazioni di riformatori") che difendono gli interessi dei grandi monopoli privati, non è solo un errore storico: è una palese mistificazione volta a disarmare culturalmente i lavoratori.
Nulla è mutato. Nel 1892 il capitale vestiva i panni del latifondista terriero o del padrone della fabbrica tessile e meccanica. Oggi il capitale è dematerializzato, finanziarizzato e globalizzato, ed ha realizzato processi di centralizzazione e monopolizzazione senza precedenti. Multinazionali del tech, colossi della logistica e grandi fondi d'investimento come BlackRock accumulano ricchezze di dimensioni stratosferiche, arrivando a minacciare direttamente la democrazia.
Parallelamente, il lavoro – rappresentato per anni dai braccianti agricoli e dalle tute blu della classe operaia tradizionale – è stato frammentato dalla deindustrializzazione e dalle delocalizzazioni. Oggi veste i panni del rider che consegna il cibo, del magazziniere di Amazon, del professionista delle finte partite IVA, del programmatore precario o del collaboratore in smart working. Sbaglia chi, di fronte a questa frammentazione, decreta il superamento della teoria del valore di Marx. Come argomenta lucidamente l'economista Riccardo Bellofiore, il capitalismo contemporaneo non ha rinunciato all'estrazione del plusvalore, ma ha compiuto un salto di qualità totalizzante. Attraverso algoritmi e catene globali del valore, il capitale ha colonizzato e messo a profitto l'intera esistenza della persona, configurando una "sussunzione reale totale" della vita dei lavoratori. Non siamo di fronte alla fine della dialettica capitale/lavoro, ma a un "capitalismo della sollecitazione" che comprime i salari e costringe il nuovo precariato all'indebitamento privato per sopravvivere. Una realtà che impone, come predicava Riccardo Lombardi, la necessità di riforme di struttura capaci di liberare il lavoro vivo dal ricatto della finanza.
Al variare del sistema economico sono mutati i rapporti di produzione, generando una scomposizione della società in cui la deideologizzazione ha distrutto la coscienza di classe, ma non la condizione di classe.
Come ci insegnano i classici, la coscienza è il motore della lotta di classe. Se essa viene meno, la lotta non si annulla: diventa semplicemente asimmetrica, perché sul campo rimane solo il capitale contro lavoratori disarmati. Da qui nascono le immense disuguaglianze contemporanee. Lo sfruttamento esiste ancora.
Oggi più che mai c’è bisogno di un Partito Socialista che sappia risvegliare la coscienza di classe e guidare un rinnovato conflitto sociale. Non dobbiamo aver paura della nostra terminologia storica: essa è un marchio indelebile che ci caratterizza. Spesso il futuro, come la moda, si ripresenta con le vesti del passato.
Occorre un Partito del Lavoro che usi le lenti del socialismo scientifico per decifrare e combattere il capitalismo contemporaneo, assolvendo prima di tutto a una fondamentale funzione pedagogica.
Nel passato era la fabbrica o l'ufficio il luogo in cui si formava il senso del collettivo che si tramutava poi in coscienza.
Oggi, dinanzi alla parcellizzazione sociale, solo il Partito può contrapporre il senso della comunità alla solitudine forzata, erroneamente chiamata “individualismo”.
Riccardo Lombardi ci esortava ad analizzare costantemente i mutamenti del capitalismo, perché senza capire dove va l'avversario non si può elaborare una politica per contrastarlo. Purtroppo, oggi il mondo politico e quello accademico viaggiano su binari separati. L'accademia critica ha prodotto studi straordinari che offrono la dimostrazione scientifica di come le teorie del socialismo classico siano attuali e maledettamente esatte: il capitalismo, lasciato a sé stesso, tende alla concentrazione assoluta, al massimo grado di disuguaglianza e alla sottomissione della democrazia.
Lo stesso Joseph Schumpeter — economista liberale e conservatore, considerato l'anti-Marx per eccellenza — era convinto che il sistema fosse destinato a crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni interne, tanto da scrivere: ”La mia conclusione finale non differisce, per quanto diversi possano essere gli argomenti usati, da quella della maggioranza degli scrittori socialisti e, in specie, da quella di tutti i marxisti”.
Thomas Piketty ha dimostrato matematicamente che il tasso di rendimento del capitale supera storicamente il tasso di crescita economica, facendo sì che la rendita accumulata cresca sempre più velocemente dei salari reali. Emiliano Brancaccio ha confermato la legge marxiana della centralizzazione dei capitali, mostrando come una quota infinitesimale di fondi (come BlackRock o Vanguard) controlli la stragrande maggioranza del capitale azionario globale, determinando una vera e propria "pianificazione capitalistica" privata che svuota i parlamenti tramite logiche oligarchiche e algoritmi. Shoshana Zuboff ha svelato come i giganti del tech colonizzino la nostra quotidianità estraendo valore dai comportamenti personali, mentre David Harvey descrive i processi di “accumulazione per esproprio”, ovvero la privatizzazione selvaggia dei beni comuni, della sanità e dei servizi per compensare il calo dei profitti tradizionali.
Finanche i media mainstream iniziano ad accorgersi di questa cecità degli strumenti democratici di fronte ai veri nodi del potere globale. Barbara Stefanelli, sul Corriere della Sera, ha scritto di un "potere che non si vede". È esattamente questa invisibilità il cuore del dramma: un potere economico e tecnologico talmente centralizzato e dematerializzato da sottrarsi a ogni controllo visibile, a ogni regolamento parlamentare e a ogni verifica democratica. Di fronte a questo avversario, il sistema politico attuale abdica, limitandosi a fotografare l'esistente.
A fronte di tutto ciò, la sinistra odierna sconta un grave errore teorico: l'aver ridotto l'azione politica a una pura gestione contabile, subendo il dogma neoliberista per cui "il mercato si regola da sé" e lo Stato deve solo riparare i danni ex-post. Si è consumato qui quel "grave equivoco" denunciato a suo tempo da Giuseppe Saragat nel suo Umanismo socialista: “ l'idea che l'azione dei lavoratori si esaurisca nella mera contesa del potere o delle poltrone, dimenticando che per il socialismo il potere è solo uno strumento per l'emancipazione profonda dell'uomo.” Svuotata di questa carica ideale, la politica si arena oggi sui bonus temporanei, sui sussidi o su micro-sgravi fiscali che non modificano i rapporti di forza. I sussidi non risolvono la povertà delle famiglie perché non creano dignità. Quest'ultima deriva solo da un lavoro stabile e giustamente remunerato. Litigare su come spartire le briciole di un bilancio statale sempre più misero e vincolato significa sottomettersi culturalmente. I diritti universali non troveranno risposta senza un cambiamento strutturale del sistema. L'innovazione tecnologica non può essere lasciata nelle mani del grande capitale che la usa come un manganello economico per ridurre il costo del lavoro e ricattare i lavoratori. Come riportare il lavoro al centro? La strada indicata dagli studi più avanzati è una sola: tornare all'economia mista trainata dal settore pubblico, a una nuova politica industriale e di programmazione pubblica in Italia e in Europa. Lo Stato deve governare i processi tecnologici, favorire il reshoring (il ritorno delle produzioni), investire nei settori strategici e impedire che la finanza speculativa desertifichi i territori.
Mariana Mazzucato ha ampiamente dimostrato che l'imprenditoria privata non ha la forza né l'interesse a compiere gli investimenti della transizione ecologica: serve il "capitale paziente" che solo lo Stato può mobilitare, assumendo la guida diretta e mantenendo la proprietà delle tecnologie che finanzia. Laura Pennacchi, riprendendo e attualizzando le tesi di Hyman Minsky, propone la bandiera autenticamente socialista dello Stato come "Datore di Lavoro di Ultima Istanza" (ELR). Di fronte alla deindustrializzazione, lo Stato deve assumere direttamente chi viene espulso dal mercato privato, impiegandolo in lavori di pubblica utilità non orientati al profitto (cura del territorio, manutenzione idrogeologica, servizi sociali). Questo non solo azzera la disoccupazione, ma stabilisce un salario minimo di fatto, costringendo i privati a migliorare le condizioni lavorative per poter competere con il pubblico. Infine, Massimo Florio nel suo "Il capitalismo contro lo Stato" offre l'argomentazione definitiva contro la privatizzazione della vita umana, dimostrando la necessità di ripubblicizzare la ricerca farmaceutica, l'energia e le infrastrutture digitali, sottraendo al profitto ciò che è vitale per la sopravvivenza collettiva.
Come si può vedere, le idee e le proposte non mancano. Ci sono tutte le ragioni per riaffermare l’esigenza inderogabile di un Partito Socialista che si ricolleghi idealmente a quello che, fondato nel 1892, ha attraversato la storia d'Italia. Non c’è più tempo. La narrazione incessante dei media e dei circoli finanziari contro l'inefficienza dello Stato o i "lacci e lacciuoli" burocratici serve solo a convincere l'opinione pubblica che i tempi necessari per costruire il consenso e la mediazione democratica siano un lusso incompatibile con i mercati globali. Il capitalismo contemporaneo esige una svolta post-democratica, fatta di governi tecnocratici capaci di decidere sopra la testa dei cittadini in base ai desiderata degli algoritmi finanziari.
Essere socialisti oggi significa esattamente questo: lottare contro il capitale per restituire al Paese il primato della democrazia, dell’uguaglianza e della dignità del lavoro.
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