Le conquiste del Movimento Operaio negli anni '70

Le conquiste del Movimento Operaio negli anni '70

di Maria Grazia Meriggi

Relazione all'Assemblea delle delegate e delegati della sinistra CGIL

Milano 20 giugno 2026

Una sintesi storica del percorso del movimento operaio e sindacale verso le conquiste degli anni 70 e la crisi attuale non può che partire dai problemi e dalle forme che la rappresentanza assumevano negli anni Cinquanta alle soglie del cosiddetto miracolo economico e del pieno sviluppo neocapitalistico dell’Italia. Va subito detto che si trattava di uno sviluppo fondato inizialmente su bassissimi salari e a lungo su una intensificazione dei tempi e dell’organizzazione del lavoro. Non a caso quando agli inizi degli anni 60 una rivista di estrema creatività, i «Quaderni Rossi», diretti da Raniero Panzieri che già aveva anticipato questi problemi su «Movimento operaio» nel breve periodo della sua direzione affronta il problema della innovazione della rappresentanza il primo numero si intitola Lotte operaie nello sviluppo capitalistico.

Al centro di questa discussione che si accentua con i primi anni del centro-sinistra sta un elemento che come vedremo caratterizza proprio l’apporto di Panzieri alla sinistra sindacale: una analisi innovativa del capitalismo italiano con la messa a fuoco delle sue capacità espansive e integratrici: il neocapitalismo. Che imponeva di definire lo sfruttamento al tempo stesso in termini di bassissimi salari e violazioni dei diritti minimi di sicurezza e orari e in quelli di estraneità al lavoro e alle sue finalità.

Anche nella componente comunista del movimento sindacale e nelle Camere del Lavoro più investite da questi processi – Torino, Milano – come è noto si aprono discussioni analoghe che riguardavano anche i nuovi rapporti della classe operaia con la forza lavoro in formazione rappresentata dagli studenti.

Il principale sindacato e il più importante partito di quegli anni, la Cgil e il Pci affrontano questo passaggio con strumenti messi a fuoco nella ricostruzione. Una forte centralizzazione contrattuale. La preoccupazione principale era di unificare le componenti dei mondi del lavoro e i territori (anche col Piano del lavoro), utilizzando le capacità contrattuali dei settori forti e quindi dei settori professionali operai di lunga esperienza di fabbrica e sindacale. L’istituto di rappresentanza ma non di contrattazione era la Commissione interna, un istituto amato da lavoratori al tempo della sua conquista fin dagli anni Dieci del Novecento, contestata dal movimento dei consigli del cosiddetto “biennio rosso” che come è noto prevedeva l’elezione di rappresentanti su liste sindacali dove l’elettorato attivo era di tutti i lavoratori ma quello passivo era limitato ai lavoratori presentati dalle liste. Che finivano per coincidere con le organizzazioni riconosciute e non erano dunque rappresentanza di quello che sarà il gruppo omogeneo. La discussione sulle modalità d’azione delle Commissioni Interne, quella sul rapporto fra contratti nazionali e rivendicazioni aziendali, lotte come quelle degli elettromeccanici col Natale in piazza del 1960 ponevano però problemi ormai ineludibili messi in luce dalla sconfitta alla Fiat un’azienda dalle caratteristiche disciplinari militaresche molto peculiari della Cgil alle elezioni delle CI che perse in quella occasione la maggioranza. Già Di Vittorio – mancato nel novembre ’57 – dimostrò di avere colto le novità che un mondo del lavoro più articolato imponeva per progettare le conquiste di un socialismo al tempo stesso classista e condiviso in istituzioni e consenso democratici.

Le innovazioni del rapporto fra lotte di fabbrica e città sono anticipate dagli elettromeccanici milanesi protagonisti di una grande lotta unitaria che culmina con la partecipazione di 100.000 persone al “Natale in piazza” promosso da Fiom, Fim e Uilm. Una mobilitazione imposta dalla Fiom

milanese contro il parere della Cgil nazionale di cui è protagonista Giuseppe Sacchi (spiegare) e che coinvolge gli operai, le famiglie e gli studenti.

La lunga vertenza degli elettromeccanici (4 mesi) che chiude il ‘60 con il Natale in piazza, i cortei con i fischietti e l’adesione degli studenti all’ “occupazione” del centro di Milano, segnò anche la fine del lungo gelo alla Fiat.

Senza schematiche contrapposizioni possiamo già constatare diverse dinamiche a Milano e a Torino o più esattamente alla Fiat. Nella ricostruzione storica ma anche nei ricordi di protagonisti del biennio ‘68/’69 (da Emilio Molinari, dirigente dei Cub a Sandro Antoniazzi, protagonista della scelta di classe della Fim) la lotta degli elettromeccanici, che comprendevano imprese tecnologicamente avanzate come la Tecnomasio Brow Boveri e la Sit Siemens rappresenta una svolta anche nella propria biografia. Come ricordò anche Carlo Ghezzi nel corso di un convegno del 2010, “E’ proprio a Milano che si compiono, nell’autunno-inverno del 1960, delle scelte che segnano un cambiamento della storia del mondo del lavoro e dell’intera società italiana”1.

Protagonista indiscusso di quella stagione è il segretario della Fiom Giuseppe Sacchi, insieme a dirigenti innovatori della Fim come Pietro Seveso e in particolare un giovane Pierre Carniti, poi protagonista dell’“autunno caldo”. Ci sono scioperi articolati, ore e ore di sciopero, mobilitazioni unitarie, manifestazioni che attraversano il centro storico fino all’Arena coi fischietti. Intanto con un movimento in larga misura spontaneo studenti e giovani che si sarebbero detti “di ceto medio” partecipano ai cortei fino alla ormai proverbiale “notte di Natale”.

Il 10 dicembre 1960 Intersind e Asap sottoscrivono un accordo che accetta gran parte delle richieste dei sindacati degli elettromeccanici ma Assolombarda non accetta di avallare scelte che portino al riconoscimento della contrattazione integrativa. Il suo fronte interno si sgretola, però, e alcuni industriali cominciano a firmare accordi a livello aziendale.

Il rapporto con gli studenti – non solo “intellettuali amici dei proletari” ma futuri lavoratori qualificati – e l’invasione creativa del centro della città rappresenta un momento innovativo che possiamo definire a modo suo “controculturale”.

 

Ma nonostante queste anticipazioni significative maggior parte del gruppo dirigente comunista di quegli anni – molto prima dunque che l’area ingraiana e quella amendoliana si dividessero sull’analisi del capitalismo italiano nel 19662 – resistette a trarre le conseguenze strategiche da posizioni già emerse nelle Tesi sul controllo operaio pubblicate da Mondo Operaio nel febbraio 1958 a firma di Libertini e Panzieri. Quella analisi pionieristica legava direttamente un orizzonte socialista alla conoscenza e al controllo appunto delle forme del processo produttivo. Molti dirigenti soprattutto politici a partire da Togliatti (seconda assemblea nazionale dei comunisti nelle fabbriche svoltasi a Milano dal 5 al 7 maggio 1961) non colgono la centralità di nuovi istituti dal basso di controllo sulle forme e le finalità della produzione, non solo legittimati dalla legge ma conquistati col conflitto e reiteravano a quella centralità l’accusa di ‘corporativismo’ e spontaneismo che tante volte sentiremo riproporre anche nel cuore degli anni Settanta nei confronti della Nuova sinistra.

Lotte operaie nello sviluppo capitalistico è il titolo del saggio di Foa sul primo numero dei «Quaderni Rossi», dell’intervento di Panzieri alla presentazione del numero a Siena pubblicato da Stefano Merli nel 1994, del volume di Sandro Mancini dedicato a Panzieri, del ‘763. Questo basta a indicare come il tema e il vocabolario politico di Panzieri e dei «Quaderni Rossi» avessero in comune con Foa e l’avanguardia anche teorica di una Fiom e di una Cgil nazionali con forti legami con Torino nonostante le divisioni tattiche. Gli elementi fondamentali che li accomunavano erano l’inchiesta e il ritorno al quotidiano della fabbrica; la valorizzazione delle autonomie locali e soprattutto una analisi economica ben diversa da quella allora prevalente che possiamo sintetizzare nella convinzione che il capitalismo italiano fosse arretrato e quindi sostenuto nella modernizzazione e non “aggredito” da rivendicazioni insostenibili. Una tesi già presente nella Cgil del 1906 contro le analisi di molte Camere del Lavoro.

Centralizzazione contrattuale, analisi economica superata dallo sviluppo a cavallo degli anni 50 e 60, rappresentanza limitata alle forme organizzative consolidate. Questi caratteri non permettevano di intercettare bisogni e richieste di una nuova componente della classe operaia

Le novità di quegli anni sono innanzitutto strutturali. Nel ’61 gli addetti all’industria superano quello all’agricoltura. L’Italia persino durante il fascismo era stata un paese di migrazione ma per la prima volta alla fine degli anni Cinquanta anche se non si arresta il flusso verso il Belgio e la Germania – contrattato o autonomo – una forte immigrazione si svolge all’interno. Provocando gravi problemi abitativi e di inserimento sociale migliaia di contadini o di giovani dai mille mestieri delle città del Sud arrivano nell’allora triangolo industriale a cui non basta più la tradizionale – fin dall’Ottocento - svuotamento delle campagne circostanti. Sono lavoratori senza esperienza della fabbrica e senza tradizione sindacale che esprimono bisogni immediati difficili da intercettare da una contrattazione centralizzata. Pongono con forza – con il loro rifiuto di adeguarvisi – l’esigenza della contrattazione aziendale e quindi di una innovazione potente sia appunto della contrattazione sia di nuove forme di rappresentanza che partano dalla conoscenza e dalla realtà dell’organizzazione del lavoro.

Dalle sconfitte del 1955 come si è detto già Di Vittorio con una capacità di superamento straordinaria della sua stessa cultura sindacale e anche grazie alla sua lunga storia libertaria apre alla scoperta della contrattazione aziendale da integrare e non contrapporre alla contrattazione nazionale

Questa innovazione ne impone un’altra anche più gravida di futuro: quella delle forme della rappresentanza: aperte a tutti i lavoratori anche non iscritti o comunque non presentati dalle organizzazioni sindacali ed elette come espressione dei gruppi creati dall’odl.

Il sindacato dei consigli ebbe non pochi teorici – innanzitutto Bruno Trentin che vide in essi (pensiamo a Da sfruttati a produttori e ai lavori più recenti) il nesso inscindibile fra libertà ed eguaglianza. Dirigenti sindacali della Cisl e dalla Uil da Carniti ad Antoniazzi a Benvenuto che colsero in quel movimento la sola autentica legittimazione di una unità sindacale non più prodotta da accordi politici come quella del ’44 che era esplosa sotto la pressione della Guerra fredda. Ma gli autori di quella straordinaria stagione furono i lavoratori spesso giovani e spesso alla prima esperienza di lotta operaia che diedero origine alla straordinaria stagione del rinnovo contrattuale del ’69 preceduta da lotte parziali e da mobilitazioni come quella riassunta dalla “battaglia di corso Traiano” della fine di giugno che segnava, a partire dal problema della casa, un controllo degli interessi operai sulla città che si estese fino alla fine del decennio.

In quel periodo, all’inizio degli anni ’60 nascono gruppi autonomi di intervento cui collaborano gruppi di lavoratori e di militanti esterni il cui intervento era soprattutto di ascolto, diffusione, sistematizzazione di quei bisogni con una scoperta dell’inchiesta come ricerca e un uso che potremmo definire militante della sociologia. Il gruppo dei QR e poi di Classe Operaia, iniziative come quella cremonese di Danilo Montaldi configurano un ambiente in cui il rapporto fra intellettuali e movimento operaio non era più di semplice alleanza politica ma di partecipazione egualitaria. Si affacciava una generazione di intellettuali che si interpretavano come forza lavoro immateriale che ambisce non ad allearsi ma a partecipare a nuove forme di lotta e di rappresentanza.

Il rapporto fra questi gruppi autonomi e i dirigenti sindacali con cui dialogavano si interrompe organizzativamente innanzitutto con lo scontro di piazza Statuto dopo la firma da parte della Uil di un accordo separato nel luglio 1962 con tutte le sue interpretazioni e i suoi protagonisti. Si aprì allora una discussione tesissima sulle interpretazioni che prosegue negli anni successivi fino a farne una anticipazione degli scontri già citati di corso Traiano.

Credo si debba distinguere la lettura, la drammatizzazione dei protagonisti dagli effetti di lungo periodo di quella rottura.

Non tutti erano stati però fino allora inconsapevoli di quei bisogni. Operai e membri di Commissione Interna avevano testimoniato davanti alla Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Condizioni dei Lavoratori in Italia pubblicata nel 1958-1960. I testimoni sostenevano che alla Fiat, ma anche in altre fabbriche piemontesi, venivano meno le soluzioni istituzionali che, nel primo decennio del dopoguerra, avevano configurato i rapporti tra lavoratori e loro rappresentanze e imprenditori. Insomma i Consigli di Gestione e le Commissioni Interne non c’erano più (se non formalmente, per queste ultime, per la loro efficacia); oppure affermavano che i lavoratori avevano paura di farne parte a causa di una disciplina militare e delle possibili repressioni e licenziamenti (Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle Condizioni dei Lavoratori in Italia 1958-60, Documenti, Roma, Segretariati generali della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica).

La lettura delle testimonianze documenta uno scontro assai duro, in particolare a Torino, tra imprenditori e rappresentanze in un periodo di grande trasformazione e peggioramento delle condizioni di lavoro, attestata anche dalla Inchiesta alla Fiat pubblicata da Giovanni Carocci. sulla rivista «Nuovi Argomenti», nei nn. 31-32 del 1958. Centinaia e migliaia di lavoratori si erano rivolti ai parlamentari per denunciare la violazione dei propri diritti nel senso più ampio dell’espressione. Un fenomeno che, secondo l’autore, indicava qualcosa di ancora più grave, vale a dire che nei luoghi di lavoro domina la sopraffazione.4 Di fronte a questa intensificazione di una disciplina militare – non certamente solo alla Fiat ma con una accentuazione alla Fiat – i tentativi di unità sindacale incontravano ancora ostacoli che apparivano difficilmente sormontabili.

La Cgil a metà degli anni cinquanta aveva insistito sulla lotta alla disoccupazione, rivolgendosi agli operai delle grandi imprese monopolistiche per la rinuncia agli straordinari e la limitazione dei premi di rendimento in modo da favorire le assunzioni, senza allo stesso tempo essere capace d’imporre significativi aumenti di paga base con il Contratto Nazionale e migliori condizioni di lavoro, con una strategia di centralismo contrattuale. Solo con il congresso di Milano, chiamato della svolta, nella primavera del 1960 la Cgil adottò la linea della contrattazione aziendale. Essa implicava la conoscenza capillare dei bisogni specifici legati all’organizzazione del lavoro di ogni fabbrica e di ogni reparto e quindi una pratica – rivendicata o informale – dell’inchiesta. Anche l’archivio di Panzieri5 contiene uno schema di inchiesta operaia in cui si cerca di mettere in evidenza insieme allo sfruttamento brutale dei lavoratori e alla diffusione dell’organizzazione scientifica del lavoro con le catene di montaggio ‘fordiste’ anche lo ‘sfruttamento’ ideologico degli impiegati mostrando tutta la modernità di un approccio nato con le indicazioni delle ‘lotte operaie per lo sviluppo’.

Ma tutto questo viene appunto travolto dal protagonismo dei lavoratori che pongono innanzitutto il problema del loro rapporto con i quadri sindacali tradizionali. Una generazione di lavoratori che per la prima volta affrontava lo spazio anche fisico della fabbrica. Come i maghrebini in Francia e i turchi in Germania negli stessi anni ma in questo caso con lo stesso passaporto. Questa radicalità aveva a che fare con queste storie individuali e tuttavia questa esperienza di spaesamento ha permesso loro forme di socialità ignote alle esperienze d’origine. Il non semplice rapporto con la generazione degli operai tradizionali ha dato vita alla forma originale del sindacato dei consigli.

La discussione sul ruolo delle rivendicazioni salariali e su quelle normative e di controllo sull’odl – che investivano anche il tema essenziale della salute in fabbrica – richiederebbe da sola una relazione autonoma. Forze di estrema sinistra molto attive nel movimento in quegli anni sottolineavano soprattutto il carattere di riappropriazione (non solo di redistribuzione) delle rivendicazioni salariali a loro volta alla base di nuovi spazi di libertà di vita. A distanza di decenni credo che si possa concludere che tutti questi aspetti convergenti segnano una nuova forma di sindacalismo legittimato e radicato dalla rappresentanza di tutti i lavoratori con ogni qualifica e dalla conoscenza capillare della fabbrica. Rivendicazioni come gli aumenti uguali per tutti e il punto unico di contingenza rappresentano proprio questo nuovo sindacalismo anche se esiste oggi una discussione intensa sul bilancio di quelle scelte.

Fu nell’ambito della sinistra socialista, una sinistra che non partecipava alle speranze e/o illusioni del centro-sinistra, alla cui formazione politica Panzieri era legato, che si sviluppò un processo di revisione di alcune delle interpretazioni allora più diffuse del pensiero marxista, interpretazioni non certo filologiche ma piegate a letture ereditate dagli anni Trenta: innanzitutto della teoria della stagnazione, «dogmaticamente crollista»6. Una lettura era contrastata da chi, come ad esempio Vittorio Foa, considerava il «neocapitalismo» una realtà, la cui capacità di sviluppo ed espansione, fondata su «forze produttive messe in moto dalla tecnica e dalla scienza», lo allontanava da una crisi imminente; l’intreccio tra capitale pubblico e privato e la crescente integrazione del capitalismo italiano nel mondo occidentale rendevano infatti più competitivi i settori trainanti della produzione industriale e più insidiose le richieste di pace sociale in nome del comune progresso nazionale. Le contraddizioni di quel sistema venivano invece da aspetti soggettivi, alcuni specifici della situazione italiana altri più generali. Della situazione italiana: bassi salati e autoritarismo militare incorporato nella razionalizzazione produttiva. Più generali: uno sfruttamento legato alla fatica e allo stress dell’organizzazione del lavoro esteso anche a lavoratori già scolarizzati. Vittorio Foa pubblica già nel maggio 1957 il saggio dal titolo che allora poteva apparire addirittura provocatorio, Il neocapitalismo è una realtà 7.

Credo che si possa comprendere quella stagione straordinaria mettendo in connessione queste innovazioni interpretative con l’ingresso di una nuova composizione di classe.

In sintesi e nonostante le discussioni a volte defatiganti sulle correnti contrapposte delle organizzazioni d’avanguardia all’opera in questi anni credo che si possa definire l’intreccio fra queste analisi e l’ascolto di quella composizione di classe “cultura operaista”. Da intendere come un punto di vista critico sulla società che si radica nella conoscenza e nella contestazione capillare del processo di produzione immediata. Questo ruolo ha contribuito a una peculiarità ormai evidente della storia sociale italiana: cioè che il sindacalismo è riuscito almeno fino al ‘77 a rinnovarsi grazie all’irruzione della nuova composizione di classe a differenza dei partiti che facevano riferimento ai mondi del lavoro e in particolare del Pci.

In sintesi: l’organizzazione della fabbrica capitalistica plasma il modello autoritario dell’organizzazione statale della società; una organizzazione della fabbrica fondata sull’iniziativa e sul controllo degli operai e degli impiegati deve invece diventare il modello per un socialismo rinnovato, liberato dalle sue storiche ipoteche di schieramento. Non solo il Parlamento, ma anche e soprattutto la fabbrica doveva diventare il riferimento di una costruzione socialista.

Il capitalismo italiano era entrato in una fase pienamente moderna ed espansiva cui andavano contrapposte la politicità immediata dei conflitti nei luoghi di lavoro, la centralità dei bisogni materiali, salariali e di libertà dei corpi e delle menti nel cuore del rapporto di produzione immediata. Tutti aspetti che si sono espressi nella ricca stagione del sindacato dei consigli ma che rimangono valide, nonostante la dispersione dei luoghi di lavoro per la centralità dei bisogni e della soggettività ad essi legati, dei conflitti sociali da cui possono emergere contenuti politici condivisi. Anche comportamenti tradizionalmente stigmatizzati come l’assenteismo potevano essere interpretato semplicemente come una forma elementare di difesa della salute rispetto ai ritmi eccessivi e alla mancanza di adeguato riconoscimento della malattia almeno fino agli anni Settanta.

Questo percorso ci è utile per riflettere sul presente per cercare di comprendere le ragioni strutturali delle attuali sconfitte e delle difficoltà del movimento di oggi. Il sindacato dei consigli era nato in una situazione in cui le grandi e grandissime fabbriche – basta citare Mirafiori e il Petrolchimico di Porto Marghera – anche se erano immerse in una rete di piccole e medie imprese spesso loro indotto – costituivano una esperienza centrale e diffusa. Un consiglione di Mirafiori di circa 800 delegati rappresentava una forza straordinaria proprio in quanto rappresentava lavoratori unificati dal punti di vista strutturale prima ancora che per la volontà politica.

Contro questa forza sociale che organizzativamente si espresse nella FLM (1972-1984) il mondo delle imprese ha messo in atto le cessioni di rami d’impresa, la terziarizzazione, la delocalizzazione nazionale e soprattutto internazionale alla ricerca di forza lavoro sempre meno costosa in termini di salari e di diritti. Nelle grandi città metropolitane i lavoratori sono soprattutto erogatori di servizi – riders, addetti alla logistica – e lavoratori “immateriali” la cui formazione culturale non necessariamente garantisce una buona retribuzione ma che sono spesso fruitori di quei servizi. Tutti questi uomini e donne – inclusi i migranti soprattutto ormai quasi sempre extraeuropei imprigionati in reti che includono il caporalato – sono TUTTI lavoratori comandati dagli interessi e di un capitalismo più pervasivo del capitalismo industriale.

Abbiamo di fronte una generalizzazione della condizione operaia in senso marxiano ma dal punto di vista sociale assistiamo al massimo della moltiplicazione e differenziazione di condizioni retributive e contrattuali e al massimo della dispersione dei luoghi di lavoro.

Ciò ci impone il massimo di soggettività e il compito di dare forma concreta a una indicazione suggestiva della Cgil: il sindacato di strada cioè la riproposizione di fronte alla nuova composizione di classe delle finalità originarie delle Camere del lavoro. Basta lo stendardo della CdL di Milano una delle prime in Italia accanto a quella di Piacenza: 1891. La Lega dei mestieri contiene il martello dei fabbri e lavoranti in metalli accanto alla cazzuola dei muratori ma anche alle insegne dei nastrai, fabbricanti di guanti e di ventagli. Ben prima che le federazioni d’industria - la Federterra e la Fiom innanzitutto – si rivolgessero ai lavoratori delle nascenti grandi industrie e grandi proprietà le CdL associavano mestieri e attività disperse nel territorio per le quali i servizi del collocamento si associavano all’aiuto nell’organizzare e mediare conflitti e permettevano il dialogo fra attività e anche mentalità e bisogni diversi. Ecco una “semplicità difficile a farsi” che può emergere da questo lungo percorso.

  1. https://sites.google.com/site/sentileranechecantano/schede/atti-di-convegni/1960

  2. Si tratta del confronto avvenuto all’XI congresso del Pci svoltosi nel 1966 in cui Pietro Ingrao pose il problema della democrazia interna e soprattutto quello di una analisi del capitalismo italiano da non considerare arretrato secondo la ‘classica’ analisi di Giorgio Amendola ma nel pieno di un inedito sviluppo e modernizzazione che andavano governate a partire dall’acquisizione di questa modernizzazione sociale. Come è noto Ingrao venne sconfitto in quel confronto, con effetti di lungo periodo nelle analisi del Pci sulla società italiana fino alla politica ‘dei due tempi’ imposta da Luciano Lama alla Cgil nonostante le resistenze e le critiche dei delegati e di molti dirigenti locali.

  3. S. Mancini (a cura e con introduzione), Lotte operaie nello sviluppo capitalistico, Torino, Einaudi 1976.

  4. G. Carocci, Inchiesta alla Fiat, «Nuovi Argomenti», 1958, nn. 31-32.

  5. Gli archivi di Raniero Panzieri e dei «Quaderni Rossi» sono contenuti con molto altro materiale presso la Fondazione GianGiacomo Feltrinelli di Milano.

  6. F. Loreto, L’anima bella…, cit., p. 31 nota 22.

  7. V. Foa, Il neocapitalismo è una realtà, in «Mondo Operaio» 1957. n. 5, pp. 17-18, ora in La cultura della Cgil…, cit., pp. 41-44.

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