Che fare, dunque? L'Economia.


Di Pierluigi Ciocca

Da Italianieuropei, n.3, 2024

 Prendo l’abusata frase, non da Cernisevskij 1863 o da Lenin 1902, ma da Tolstoj 1889, dal titolo del gran libro in cui il massimo e il più ricco fra gli scrittori generosamente s’interroga sul problema che lo angustiava: la povertà altrui, i miserabili congelati nella neve di Mosca e San Pietroburgo. Lo fa anche rivolgendosi agli economisti – a Smith, Malthus, Ricardo, i classici – alla loro “presunta scienza”. Resta deluso. Non vi trova soluzioni.

 Probabilmente resteremo delusi anche oggi, nel ricorrere a una scienza economica ben più navigata e articolata di allora. Ma viviamo in una economia di mercato capitalistica – ovunque, anche in Russia, in India, in Cina, in Africa – e la questione economica è centrale: per il Mondo, per l’Europa, per l’Italia. Lo è al punto da condizionare le problematiche sociali, istituzionali, geopolitiche, la composizione delle tensioni interne e dei conflitti internazionali che minacciano, là dove esiste, la democrazia e la stessa pace.

 Ve ne sono altre, eppure la questione economica è ineludibile, anche se da trattare qui in sintesi, semplificando al massimo.

 Mondo

 Lo sviluppo delle attività produttive è il punto di forza del capitalismo, la ragione del suo universale successo1. Dopo millenni di tendenziale stasi, statisticamente pare che dal 1820 il capitalismo moderno emerso dalla Rivoluzione industriale d’Inghilterra abbia moltiplicato per sedici il reddito pro capite medio dell’umanità, allora 1 miliardo oggi 8 miliardi di persone. Sebbene il 10% degli esseri umani restino tuttora esposti alla malnutrizione, alla malattia, alla vita breve, all’ignoranza la crescita ha circoscritto la piaga da sempre pressoché universale della fame. Nella sola Cina, dal 1980, 800 milioni di persone hanno superato la povertà assoluta.

 Negli ultimi vent’anni il pregio non è venuto meno, e tuttavia si è appannato. Il Pil mondiale reale pro capite è aumentato dell’1,7% l’anno, come nel ventennio precedente. Ma rispetto al 1982-2002 non vi è stato rallentamento complessivo solo grazie allo slancio economico dell’Asia. La Cina è giunta a esprimere il 18% in volume del Pil del globo, rispetto al 15% degli Stati Uniti e al 12% dell’Euroarea. In termini di prodotto reale pro capite nel 2002-2022 gli Stati Uniti hanno registrato una crescita dell’1,3% l’anno, rispetto al 2,4% del precedente ventennio, e l’area dell’euro è progredita ancora meno, dell’1,1% l’anno.

 In Occidente e in Giappone in varia misura non brillano accumulazione di capitale, domanda globale, innovazione, progresso tecnico e produttività. Soprattutto, l’intero sistema mondiale continua a patire i tre mali radicati nel modo di produzione capitalistico: l’instabilità, l’iniquità, l’inquinamento. Keynes denunciò i primi due mali già negli anni Trenta del Novecento. Più recente è la diffusa consapevolezza del terzo.

 L’instabilità internazionale, che era seguita alla crisi bancaria e produttiva del 2008 e alle successive spinte deflattive, dal gennaio del 2021 alla seconda metà del 2022 ha assunto la forma di una forte inflazione. È stata accesa negli Stati Uniti dalla sconsiderata espansione della spesa pubblica post-covid in una economia già prossima al pieno impiego. È stata poi alimentata dalla guerra d’Ucraina con i suoi effetti di rialzo dei prezzi delle fonti d’energia e delle materie prime. Dopo aver mancato di prevenire la crisi e i rischi di deflazione le banche centrali hanno contrastato l’inflazione con il colpevole ritardo di oltre un anno rispetto alla tempestiva previsione denunciata dagli economisti più avvertiti2.

  Quanto alla iniquità distributiva, agli esseri umani in povertà assoluta – con un reddito di pochi dollari al giorno – si unisce il dato aberrante che vede l’1% dei più abbienti detenere quasi metà del patrimonio dell’intera umanità. I miliardari in dollari sono il nucleo ristrettissimo di meno di tremila persone al mondo3.

 Alla instabilità e alla iniquità l’abuso dell’energia fossile produttrice di gas-serra aggiunge un aumento della temperatura che tende a travalicare in tempi relativamente brevi le soglie oltre le quali la Terra sarebbe sconvolta (+2 gradi rispetto alla seconda metà dell’Ottocento) . Precipiterebbe verso condizioni pregiudizievoli per la salute, per la sopravvivenza stessa, di chi, uomo o animale, la abita4.

 I tre mali del capitalismo e la possibilità che la stessa crescita scemi toccano tutti. Richiederebbero di essere affrontati con impegno comune e azione coordinata. Le economie sono sempre più strettamente legate dalla cosiddetta globalizzazione, da intensi movimenti di merci, capitali, uomini oltre i confini nazionali. Più di 300 milioni di persone sono emigrate dai paesi poveri o turbolenti, con dolorosi costi.

 La necessaria cooperazione internazionale, lungi dal manifestarsi concretamente, si sta affievolendo. Ciò accade persino di fronte al pericolo più grave per l’intera umanità, il riscaldamento climatico. Oltre alla modestia dei governi vi si oppongono il ridimensionamento degli Stati Uniti come potenza guida e il sospetto, se non l’atteggiamento prevenuto, dell’Occidente nei confronti della Cina, in ascesa ma anch’essa gravata da profondi squilibri.

Negli Stati Uniti la democrazia scricchiola e il paese è sommerso dai debiti, all’interno e all’estero, in una economia pericolosamente orientata all’inflazione da domanda 5. La bilancia dei pagamenti di parte corrente è senza soluzione di continuità in passivo da mezzo secolo. Dai primi anni Settanta del Novecento gli americani vivono al disopra delle proprie risorse, risparmiano poco, importano a debito ciò che non producono. La posizione netta del paese verso l’estero è debitoria per 20 trilioni di dollari, ovvero per il 75% del reddito nazionale. Il ruolo del dollaro quale valuta di riserva e di regolazione delle transazioni internazionali è affidato alla volontà politica e alla propensione a detenerlo e a usarlo da parte dei principali creditori: il Giappone, la Germania, la Cina. La Cina è stata in vertiginosa crescita economica, ma al tempo stesso attraversa pesanti difficoltà. La crescita si è ridimensionata, dal 10 al 5% l’anno. Con quella dell’India resta sui picchi mondiali, ma il paese è chiamato a soddisfare i bisogni sociali irrisolti, a fronteggiare la bolla immobiliare, a risolvere il drammatico problema ambientale, provocato dalle fonti interne di inquinamento6.

  La cooperazione fra le nazioni è più di recente minata da due ulteriori fattori: le guerre e la concorrenza cinese.

 L’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia (febbraio 2022), la rappresaglia spietata dell’esercito di Israele, col massacro di decine di migliaia di civili palestinesi dopo l’assassinio e il rapimento da parte di Hamas di cittadini israeliani (ottobre 2023), gli attacchi yemeniti alle navi che solcano il Mar Rosso, la pressione militare della Cina su Taiwan e altri conflitti hanno configurato un quadro di acuti contrasti fra gli Stati Uniti, la NATO, gli alleati europei fra cui l’Italia, da un lato, e Russia, Cina, Iran dall’altro, con il resto del mondo diviso tra i contendenti.

 I riflessi sulle relazioni economiche internazionali sono già evidenti. Ne risultano distorti i flussi delle risorse fra paesi, con perdite di efficienza nel loro complessivo utilizzo. Il dato di sintesi è offerto dal commercio mondiale. Già nel 2023 era cresciuto in volume solo dello 0,9%, ben al disotto del 3% segnato dal Pil globale. Ma anche nel 2024 la ripresa è stata stimata dal Bollettino di aprile della Banca d’Italia nel 2,4%, inferiore all’espansione prevista del Pil (3,2%) (p. 8).

 In un clima che fa rimpiangere la guerra fredda del passato, primi ministri di paesi europei si sono dichiarati pronti a scendere sul sentiero della guerra calda. Viene programmata e avviata l’intensificazione degli armamenti. Le spese militari, se possono sostenere la domanda globale, sono tendenzialmente meno produttive degli investimenti pubblici nelle infrastrutture civili. Abbassano il potenziale di crescita di lungo periodo delle economie coinvolte.

 L’Occidente, Stati Uniti ed Europa in testa, lamenta elementi di slealtà nella concorrenza esercitata dalle merci cinesi. L’argomento principale è che in Cina lo Stato sostiene artificialmente con risorse pubbliche e altre facilitazioni la capacità competitiva delle imprese nazionali, falsando il mercato mondiale. Il fenomeno non è nuovo, e ne hanno molto beneficiato le stesse grandi imprese straniere, americane soprattutto, operanti in Cina7. Il fenomeno avviene da sempre anche in Occidente ma, si sostiene, in misura minore. Gli Stati Uniti, e l’Europa sulla loro scia, rispondono alla Cina sul medesimo piano, con mezzi simili8. Pur essendo stati assertori dichiarati del libero scambio, gli occidentali fanno questo invece di affidare alla concorrenza interna e agli investimenti in infrastrutture il risveglio della produttività e della competitività languenti9. Sul mondo è tornato ad aleggiare lo spettro dell’autarchia e del protezionismo. E’ il pericolo più serio. Con danno per tutti si frantumerebbe l’assetto delle relazioni economiche e finanziarie internazionali che aveva molto contribuito ad alimentare la ricchezza delle nazioni dopo il disastro degli anni Trenta e le guerre sanguinose innescate dagli europei nel secolo scorso.

 Europa

 L’Europa, e segnatamente l’Euroarea, è immersa con proprie specificità nel preoccupante quadro generale che abbiamo tracciato.

 L’euro si è affermato come un’ottima moneta, altamente domandata all’interno e all’esterno dell’area. Ha contribuito a prevenire l’inflazione, contenere il prezzo del danaro, serrare le relazioni economiche fra i paesi che l’hanno adottato.

 Nondimeno, nell’arco dell’ultimo ventennio le opportunità dischiuse dalla nuova moneta sono state ampiamente dissipate.

 Il rallentamento strutturale dell’attività economica e della produttività nell’area è dovuto, come e più che negli Stati Uniti, alla insufficiente accumulazione di capitale e al ridotto tasso di innovazione. Il risparmio ha ecceduto l’investimento di un punto percentuale rispetto al Pil nel 2005-2014 e lo scarto è salito fino a quattro punti nel 2021. Prima del covid, rispetto al 1998-2007 la produttività totale dei fattori, o progresso tecnico, ha visto flettere la sua dinamica in diversi paesi europei ed è addirittura diminuita in valore assoluto in alcuni di essi, fra cui l’Italia10.

 Ma la crescita economica deludente nell’intero periodo post-euro è in larga misura dovuta all’inadeguatezza della domanda interna. La sua espansione è stata inferiore a quella del Pil. Di riflesso, la bilancia dei pagamenti di parte corrente dell’area è stata sistematicamente in attivo e l’area ha esportato capitali all’estero invece di impiegarli all’interno. Alla domanda è mancato il sostegno del bilancio pubblico. La politica di bilancio è stata rivolta a frenare il debito attraverso minori disavanzi, non anche attraverso la crescita economica. Per l’area nel suo complesso il disavanzo si è ridotto dal 3,3% del Pil nel 2005-2014 allo 0,5% nel 20018-2019, alla vigilia del covid. Ma a causa della lenta crescita il debito pubblico è rimasto sull’80% del Pil. E’ stato altamente nocivo il taglio degli investimenti pubblici, considerato meno impopolare da una classe politica miope che lo ha preferito al contenimento delle altre spese e all’inasprimento delle imposte. Al netto degli ammortamenti, fra il 2000 e il 2019, dall’1% del Pil gli investimenti pubblici sono scesi a zero, con scadimento delle infrastrutture ed effetto depressivo sulle economie. Il loro (de)moltiplicatore della domanda e della produttività è circa tre volte superiore a quello delle minori uscite e delle maggiori entrate della parte corrente del bilancio

 Siffatte tendenze sono state pronunciate nella economia maggiore, quella tedesca. La Germania è passata da un disavanzo medio di bilancio già molto contenuto (1,3% del Pil) nel 2005-2014 a un avanzo salito all’1,5% del Pil. Sempre rispetto al Pil, dal 2005 al 2019 il totale degli investimenti lordi tedeschi, privati e pubblici, è stato fino a otto punti percentuali inferiore al risparmio nazionale. Di conseguenza, sebbene la competitività di prezzo del made in Germany non sia migliorata, la bilancia dei pagamenti di parte corrente è stata in attivo, fino a superare in alcuni anni i trecento miliardi di dollari, ovvero l’8% del Pil. A fronte di tali avanzi nei conti con l’estero la posizione creditoria netta della Germania verso il resto del mondo – Stati Uniti compresi – ha raggiunto alla fine del 2023 l’ingente cifra di tre trilioni di dollari (70% del Pil). Sui crediti esteri il paese ha subito pesanti perdite patrimoniali, che si sarebbero evitate se quelle risorse fossero state utilizzate all’interno, con beneficio dell’economia nazionale e del popolo tedesco11.

 Il vizio fondamentale del governo della economia europea, che ne ha frenato e ne frenerà la crescita, è nella concezione della politica di bilancio. Riguarda sia il patto originario siglato a Maastricht, con gli adattamenti successivi e la temporanea sospensione per il covid, sia l’accordo del 2024 (il compromesso “Gentiloni”). Il compromesso è forse meno stupido ma è anche più complicato da gestire dell’accordo di Maastricht. Sfiora l’inconcepibile la conferma sostanziale dell’equiparazione ai fini dell’equilibrio di bilancio fra spese correnti e spese d’investimento. Una conseguenza è di tagliare queste invece di quelle, con gli effetti negativi sull’economia che abbiamo appena richiamato.

 Il difetto è, alla base, culturale. Le menti economiche di Bruxelles e di altre capitali europee semplicemente non hanno letto, o non hanno capito, comunque trascurano il suggerimento dell’ultimo Keynes12: non scavare buche in disavanzo e creando debito, ma evitare che le uscite correnti superino le entrate correnti, così da non incidere sul risparmio nazionale, e al tempo stesso liberare gli investimenti pubblici in utili infrastrutture, con alto moltiplicatore, fino ad assicurare il pieno utilizzo della forza-lavoro, della capacità produttiva. Se il moltiplicatore è elevato come le migliori stime econometriche assicurano, quegli investimenti nel medio periodo si autofinanziano attraverso l’aumento del Pil e quindi del gettito tributario che generano. Non più alimentato nelle due sezioni del bilancio, il debito pubblico si ridurrà nel confronto con un Pil in progresso, cessando di comprimere l’economia e di gravare sulle generazioni future.

 L’altro limite della politica economica europea riguarda la banca centrale. Dopo averle opportunamente affidato, tra mille incertezze, importanti compiti di supervisione bancaria in collaborazione con le banche centrali nazionali, le va assegnato il cosiddetto “doppio mandato”. Come avviene per la Fed degli Stati Uniti, la BCE dovrebbe essere chiamata a conciliare la stabilità dei prezzi con la piena occupazione, mentre oggi il secondo obiettivo resta per statuto subordinato al primo. La subordinazione imprime un orientamento deflazionistico che la politica monetaria dovrebbe evitare, segnatamente in una economia europea tendenzialmente caratterizzata da mediocre crescita della domanda e disoccupazione spesso non bassa.

 I cittadini hanno maturato il convincimento che l’Europa unita abbia fallito nel promuovere il benessere materiale dell’area. La loro disillusione si spinge sino alla scarsa partecipazione al voto e al consenso accordato alle forze conservatrici e più retrive, persino nella Germania che fu nazista, nell’Italia che fu fascista, nella Spagna che fu franchista.

 

 Italia

 

 L’economia italiana ha espresso una performance inferiore a quella di tutte le economie dell’area dell’euro, peggiore persino di quella del Giappone, ristagnante dopo lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria del 1990.

 Nel 2000 il Pil reale pro capite dell’Italia superava la media dell’area del 3%. Nel 2019 lo scarto diveniva negativo nella misura del 17%: un abisso. Dal 2000 al 2019 il Pil reale pro capite degli italiani è rimasto invariato, mentre quello medio dell’area è aumentato del 19%13. Superate le turbolenze della caduta e del rimbalzo dovute al covid, ancora nel 2023 il Paese produceva non più di quanto aveva prodotto nel 2006. Dopo vent’anni di ristagno dei redditi non sorprende che alle urne vada solo metà degli elettori.

 In periodi di pace l’economia dell’Italia unita non era mai andata così male, neanche ai tempi del brigantaggio meridionale, di Crispi e di Mussolini14. In prima approssimazione il risultato è imputabile a bassa accumulazione di capitale e bassa produttività: si sono spenti entrambi i motori portanti della crescita.

 In rapporto al Pil gli investimenti fissi lordi complessivi – per metà in beni strumentali e per metà in costruzioni – sono scesi dal 21% del 2000 al 18% del 2019, tornando solo nel 2022 sui valori del 2000. Al netto degli ammortamenti la caduta è stata ancor più rilevante: dal 6% del Pil nel 2000 al 2% del 2011 e fra il 2013 e il 2017 l’investimento netto è stato addirittura negativo. In una sorta di luddismo d’impresa autolesionistico, lungi dall’aumentare, lo stock di capitale si è ridotto perché l’investimento lordo non è bastato nemmeno ad assicurare la manutenzione e a ovviare alla obsolescenza tecnica dei mezzi di produzione esistenti. Gli investimenti netti in beni strumentali – la componente più produttiva – sono pur essi risultati negativi dal 2009 al 2014 e rispetto al Pil nel 2023 (1,7%) restavano inferiori al livello del 2000 (2,2%). Corretto per l’efficienza tecnica, dal 2008 al 2017 lo stock di beni strumentali è diminuito dell’8%. Gli investimenti pubblici in infrastrutture sono scesi, finanche nella sanità: a prezzi correnti, del 40% fra il 2009 e il 2019.

 Alla ridotta accumulazione di capitale si è sommato il ristagno della produttività. Nel lungo periodo 1995-2022 la produttività delle risorse totali dell’economia – capitale e lavoro insieme, quale approssimazione della innovazione e del progresso tecnico – è stata stimata dall’ISTAT praticamente immutata (+0,1% l’anno, in media), mentre l’aumento della produttività del solo lavoro non è andato oltre lo 0,4% l’anno.

Va ribadito che l’apporto della produttività è decisivo per lo sviluppo, ancor più della stessa accumulazione quantitativa del capitale.

 In una economia di mercato capitalistica investimento e innovazione sono prioritariamente affidati alle imprese. Ciò resta vero anche quando, come è accaduto in Italia, la politica economica – lo Stato – viene meno al duplice impegno di sollecitare le imprese e di creare il contesto che consenta loro di esprimersi al meglio. Questa carenza dell’azione ha riguardato in vario grado le maggioranze di ogni colore che si sono avvicendate in Parlamento nell’ultimo ventennio, i politici e gli stessi “tecnici” – pur validi – che sono stati posti a capo dei governi e dei dicasteri economici15.

 La responsabilità che le imprese hanno disatteso – tenuto conto di non trascurabili eccezioni – va spiegata.

 La spiegazione più diffusa si incentra sulla peculiare composizione del sistema produttivo italiano: pochissime grandi imprese (solo tre o quattro private), un nucleo ristretto di buone aziende medie manifatturiere (peraltro aliene dal superare l’impronta famigliare, dall’espandersi e dal quotarsi in Borsa), la galassia di oltre quattro milioni di minuscole entità (infime per produttività). L’inefficienza della galassia ei suo peso avrebbero finito col fare aggio sul potenziale delle altre imprese.

 L’ipotesi non è priva di fondamento, anche alla luce del fatto che il calo della dimensione media delle imprese – ben al disotto dei 4 addetti, il bar all’angolo – negli ultimi decenni ha accentuato i tratti perversi del sistema16. Nonostante ciò, si tratta pur sempre di caratteri non molto diversi da quelli che nel 1950-1973 avevano coinciso con il più tumultuoso sviluppo dell’economia.

 L’ipotesi “strutturale” può essere integrata da un’altra, specificamente imperniata sul fatto che negli ultimi decenni le imprese e i grossi proprietari di immobili hanno realizzato profitti e rendite ragguardevoli. Negli anni Duemila la loro quota sul Pil è salita al 50%, dal 40% del precedente ventennio. Gli utili non sono derivati da intensa accumulazione di capitale, rapido progresso tecnico, migliorie. Si sono spesso tradotti in riduzione dell’indebitamento e in impieghi finanziari. Il leverage – rapporto fra i debiti e il totale delle passività finanziarie comprendente il capitale proprio – nell’ultimo decennio è tornato al disotto del 40% dopo aver sfiorato il 50% tra il 2009 e il 20013. Ciò che è più grave, invece di investire in macchine moderne e in intelligenza produttiva alcuni gruppi hanno inteso, intendono, scalare banche e assicurazioni. Viene ignorata l’amara lezione del passato, dei guasti creati dalla commistione innaturale fra imprese e banche, fra industria e finanza.

 I profitti sono derivati da tre fonti: la “moderazione” salariale, la sottovalutazione del tasso di cambio, la benevolenza dello Stato.

 Dall’accordo antiinflazionistico di politica dei redditi “Ciampi-Trentin” del 1993 i sindacati hanno accettato che i salari reali ristagnassero. Lungi dallo stimolare la produttività del lavoro, i salari non hanno neppure seguito il suo modesto incremento. Il crollo del cambio nel settembre del 1992, il reingresso della moneta nello SME a 990 lire per marco nel novembre del 1996 (rispetto alle 750 lire precedenti il cedimento subìto dal governo Amato), la parità fissata a quel livello allorché l’Italia aderì all’euro hanno dato agli esportatori uno smodato vantaggio. Imprese – e autonomi – hanno evaso ed eluso imposte per decine di miliardi di euri all’anno e hanno incassato dalla PA altre decine di miliardi di euri all’anno per commesse, appalti, concessioni a condizioni di favore, come pure contributi diretti alla produzione e agli investimenti per altre decine di miliardi di euri all’anno. Nel complesso si può stimare che alla benevolenza dello Stato abbia tendenzialmente corrisposto circa un quarto degli utili lordi.

 Profitti siffatti, “facili” oltre che cospicui, si sono potuti realizzare per anni senza correre l’alea dell’investire e dell’innovare. Si è instaurato così e si è perpetuato un circolo vizioso – minori investimenti, innovazione nulla, produttività ferma, eppure alti guadagni – che non ha certo contribuito all’avanzamento economico del Paese.

 In linea di principio una politica economica di vasto respiro avrebbe potuto, potrebbe, spezzare il circolo vizioso. Potrebbe farlo agendo almeno sui seguenti fronti, al fine di attivare incentivi e remore, aprire opportunità, per la dinamica del sistema delle imprese:

Concorrenza. E’ la sollecitazione principale, decisiva. Solo quella che Pantaleoni e Schumpeter alquanto brutalmente chiamavano “minaccia” concorrenziale può costringere all’efficienza imprese che ne sono state per anni dissuase dalla facilità degli utili. La concorrenza va perseguita con decisione, per ogni via, con ogni mezzo a costo della impopolarità che chi governa riscuoterebbe nel mondo degli affari. Il profitto deve scaturire da investimenti e innovazioni, non da posizioni dominanti, rendite, sussidi, connivenze con la PA.

Finanza pubblica. Il suo risanamento deve fondarsi – come predicava Keynes – sul contenimento delle spese correnti diverse da quelle sociali (stipendi pubblici, pensioni, sanità, assistenza) e sul contrasto severo all’evasione e alla elusione di imposte e contributi. Nel 2021-2022 il disavanzo di parte corrente della PA non ha raggiunto il 2% del Pil ed è stato seguito da un – temporaneo? - avanzo nel 2023, con l’indebitamento netto o deficit complessivo (5% del Pil) annidato nelle uscite in conto capitale diverse dagli investimenti pubblici in infrastrutture. Queste uscite (comprensive dei contributi agli investimenti privati e soprattutto del coacervo delle “altre spese” in conto capitale) sono ampiamente riducibili. Il risanamento strutturale è quindi fattibile, in un bilancio nel quale la somma delle entrate e delle uscite si situa sul 100% del Pil17.

Investimenti in infrastrutture. Vanno in particolare incrementati gli investimenti pubblici più utili ai cittadini e ad alto moltiplicatore. Sanità, messa in sicurezza di un territorio fragilissimo, ambiente, istruzione, ricerca sono i settori prioritari. Va rivolta a tali settori la maggiore spesa per infrastrutture, generatrice nel medio termine di reddito, gettito, riduzione del debito pubblico. Sono essenziali pochi, grandi progetti gestiti dal centro. Affinché siano produttivi e nel medio periodo si autofinanzino gli investimenti pubblici non devono disperdersi fra mille rivoli negli enti locali con lunghi ritardi. Ciò invece sta avvenendo con il PNNR, che per 200 miliardi di euri (10% del Pil) con doni e prestiti europei copre la spesa per quegli investimenti non appena essa viene effettuata, prima che produca i suoi effetti positivi. Secondo il già citato “Bollettino” della Banca d’Italia (p. 42) a tutto il 2023 per la realizzazione del Piano erano stati investiti 45,7 miliardi di euri (solo l’1% del Pil nel 2023): un ritmo blando.

Mezzogiorno. Per il Mezzogiorno è mancata non solo una politica, ma persino una “narrazione”. L’autonomia differenziata darebbe al Sud il colpo di grazia, minandone la fiducia nella Repubblica e lo sviluppo. La strada maestra, l’unica concretamente praticabile, è di concentrare nel Meridione, secondo uno specifico piano, la parte maggiore degli investimenti pubblici appena descritti.

Distribuzione dei redditi. È, anche in Italia, sperequata, come testimonia un “indice di Gini” oltre 0,30. Alla progressività del fisco e della spesa pubblica deve unirsi la migliore e più rigorosa istruzione, gratuita per i meno abbienti meritevoli. La vergogna rappresentata da sei milioni in povertà assoluta – pochi euri al giorno – dev’essere cancellata da un sistema di sussidi assicurati in misura adeguata con modalità rigorosamente controllate. Nella ipotesi peggiore il costo per lo Stato non supererebbe mezzo punto del Pil. Le iniquità distributive sono da correggere per ragioni di etica sociale, ma anche per consentire a tutti di investire sulla propria cultura, sulla propria professionalità. Il capitale umano – orribile termine – è anch’esso un fattore di sviluppo economico. In Italia scarseggia18 ovvero non viene utilizzato dalle imprese nazionali e si impiega all’estero.

Diritto dell’economia. L’ordinamento dell’economia va riscritto, per assicurare al mondo delle imprese la cornice giuridica degna di una moderna economia di mercato con regole. Lo stesso Art. 41 della Carta costituzionale afferma, ovviamente, la libertà d’iniziativa economica dei privati, ma non evoca la condizione di concorrenza nella quale essa deve esprimersi e non precisa la natura del limite all’iniziativa privata (il “contrasto con l’utilità sociale”). L’art. 53, mentre impone i criteri di progressività, non stabilisce la parità di trattamento fiscale dei diversi contribuenti a parità di reddito, da qualsivoglia fonte percepito. L’ordinamento giuridico non è posto dalla Costituzione al servizio dell’economia come lo è a presidio dei diritti-doveri dei cittadini. Con la funzionalità della giustizia penale e civile sono cruciali il societario, il fallimentare, l’amministrativo nel suo rapporto con l’impresa, solo in parte adattati di recente.

 Anche se queste linee d’azione venissero attuate il successo non sarebbe assicurato. Dipenderebbe dall’assunto, tutto da verificare, che le imprese rispondano alla politica economica investendo e innovando. È fondamentale che le imprese comprendano quanto il circolo vizioso appena descritto le illuda e le svii, rendendole nel lungo periodo deboli di fronte alle rivali e impotenti di fronte ai balzi della tecnologia.

 

 Una conclusione

 La considerazione conclusiva è che, se questo schema d’analisi e di proposta per l’economia ha senso, chi governa, chi governerà, l’Italia ha di fronte a sé un arduo, triplice compito.

 Occorre nelle più alte sedi diplomatiche contribuire al superamento delle tensioni e dei conflitti. L’Italia ripudia la guerra. Il compromesso e la cooperazione sono essenziali nell’affrontare i mali di un’economia-mondo, i quali esasperano e sono esasperati da quelle tensioni, da quei conflitti.

 Occorre, in Europa, resistere alle spinte autarchiche e protezioniste e affermare, far prevalere, indirizzi radicalmente diversi nella conduzione dei pubblici bilanci e della moneta.

 Occorre, in Italia, attuare la politica economica che da troppi anni ormai la più gran parte degli economisti invano suggerisce.

 

  1. P. Ciocca, Del capitalismo. Un pregio e tre difetti, Donzelli, Roma, 2023.

  2. L.H. Summers, The Biden stimulus is admirably ambitious. But it brings some big risks too, in “The Washington Post”, February 5, 2021.

  3. Credit Suisse Research Institute, Global Wealth Report 2023, Zurich, 2023.

  4. W. Nordhaus, The Climate Casino. Risks, Uncertainty, and Economics for a Warming World, Yale University Press, New Haven, 2013; I. Musu, Che cosa può fare l’economia per la transizione energetica, Accademia dei Lincei, in “ApertaContrada”, 24 giugno 2024.

  5. P. Ciocca, L’America, un colosso d’argilla? in G. Amato (a cura di), La democrazia nel XXI secolo. Riflessioni sui temi di Alfredo Reichlin, Treccani, Roma, 2022.

  6. I. Musu, Democrazia ed economia in Cina, in G. Amato (a cura di), op. cit.

  7. N.R. Lardy, The State Strikes Back. The End of Economic Reform in China?, Peterson Institute for International Economics, Washington, 2019.

  8. Mario Draghi, un economista, ha accettato di firmare un rapporto ufficiale, non ancora pubblicato ma paradossalmente detto della concorrenza europea, che sembra orientato in stridente collisione con la migliore teoria economica dei vantaggi assoluti e comparati del libero scambio. Per una riconsiderazione di tali vantaggi cfr. da ultimo M. Roccas, Theory and Reality of International Trade, Bocconi University Press, Milano, 2021.

  9. Sul caso americano cfr. E. Phelps, Mass Flourishing. How Grassroots Innovation Created Jobs, Challenge, and Change, Princeton University Press, Princeton, 2013; R.J. Gordon, The Rise and Fall of American Growth. The U.S. Standard of Living Since the Civil War, Princeton University Press, Princeton, 2016 (si veda specialmente la Figure 17-2, p. 575); T. Philippon, The Great Reversal. How America Gave Up on Free Markets, Harvard University Press, Cambridge, 2019; A. Case-A. Deaton, Deaths of Despair and the Future of Capitalism, Princeton University Press, Princeton, 2020.

     

  10. OECD, Economic Outlook, Paris, 2019, Fig. 2.1, p. 57. La produttività può spiegare la più gran parte del tasso di crescita del Pil reale pro capite delle economie capitalistiche (cfr. S. Kuznets, Modern Economic Growth. Rate, Structure and Spread, Yale University Press, New Haven, 1966, p. 81, preludio alla copiosa letteratura successiva).

  11. Nella palese assenza di una loro logica economica, ci si è chiesti se le scelte dei governi tedeschi non abbiano corrisposto alla finalità di una Germania creditrice, per questo in grado di condizionare politicamente i paesi debitori, europei e non (cfr. A. Bolaffi-P. Ciocca, Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca, Donzelli, Roma, 2017).

  12. J.M. Keynes, Activities 1940-1946, in Collected Writings, XXVII, London, 1980. Per una lettura della proposta di Keynes filologicamente accurata, accessibile anche ai più deboli in economia keynesiana, si veda J.A. Kregel, Finanziamento in disavanzo, politica economica e preferenza per la liquidità, in F. Vicarelli (a cura di), Attualità di Keynes, Laterza, Roma-Bari, 1983.

  13. M. Baldassarri, Italia ed Europa: si riparte ma da dove si viene e dove si va? Rubettino, Soveria Mannelli, 2021, Tav. 13, p. 40 e Tav. 14, p. 46.

  14. P. Ciocca, Ricchi per sempre? Una storia economica d’Italia (1796-2020), 2a ed., Bollati Boringhieri, Torino, 2020.

  15. Una eccezione è stata quella del governo affidato a Mario Monti di fronte all’acuta crisi di fiducia verso il debito della Repubblica provocata nel 2011 dalla manifesta incapacità del precedente gabinetto Berlusconi-Tremonti (M. Monti, Demagonia. Dove porta la politica delle illusioni, Solferino, Milano, 2024). Il rigore di bilancio risolvette la crisi, al costo di una perdita di Pil reale del 4% nel 2013 rispetto al 2011. Si può argomentare – naturalmente ex post – che l’obiettivo era forse raggiungibile con una perdita minore (cfr. P. Ciocca, L’IRI nella economia italiana, Fintecna-Laterza, Roma-Bari, 2014, Cap. 10, spec. pp. 301-305).

  16. Cfr. fra gli altri F. Onida, Se il piccolo non cresce. Piccole e medie imprese in affanno, il Mulino, Bologna, 2004.

  17. Per una proposta specifica orientata allo spazio da aprire nel bilancio a favore degli investimenti pubblici si veda Baldassarri, op. cit. .

  18. I. Visco, Investire in conoscenza. Crescita economica e competenze per il XXI secolo, 2° ed., il Mulino, Bologna, 2014.

 

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